Diari di viaggio: "Lambratesi in Cina e Tibet"

Hong Kong

L'aeroporto è una landa di tapis-roulant e terminal, e non è subito facile orientarsi; dopo la trafila dei visti, chiedo a due solerti hostess di terra un po' di indicazioni, e loro sono liete di darmele. Fuori dall'aeroporto, sulla destra c'è una discesa, in fondo alla quale c'è la biglietteria degli autobus. Non ci si può fermare a fumare una sigaretta neppure qua all'aperto. Prendo l'autobus A21 (per 33 HKD). Dopo un'oretta e mezzo di autobus a due piani alla velocità di un Ciao (colline inaspettatamente verdi e disabitate, la stupenda baia vista dal ponte, palazzoni popolari di 80 piani) imbocchiamo finalmente Nathan Road, una delle arterie pulsanti di neon e carne sudata, negozi di stralusso e merdivendoli. Non è facile decifrare sui cartelli il nome della fermata; scendo allo stop 14 (Middle Road), anche grazie all'anziano autista che a gesti mi conferma che è la fermata giusta. Adesso sono praticamente sulla punta di Kowloon, Hong Kong si staglia imponente di fronte. Nathan Road è un formicaio cyberpunk, ricche cinesi slanciate, venditori arabi ed indiani che bisbigliano, affaristi occidentali paffuti e rosei, straccioni e punkabbestia vari. Grattacieli su cui atterrano elicotteri, vetrine immense. Sembra la Quinta Avenue a NY, ma in salsa di soia. Con lo zainone in spalla sono una preda fin troppo evidente per commerci vari; il tempo di scendere dall'autobus e già cercano di vendermi massaggi, orologi, fumo, più altre mercanzie varie. La temperatura sarà sui 40 gradi, e l'umidità deve essere affrontata con le pinne. Mi addentro nella ChungKing Mansion, una casbah verticale di tecnologie, ciarpame, ristoranti indiani e affari illeciti vari. Africani con le loro lunghe tuniche e i grossi pacchi, il complesso brulica di una variegata fauna umana, sembra un'immagine dei volantini dei Testimoni di Geova, in cui tutte le razze coesistono felici (più o meno). Blocco B, quinto piano, mi accoglie Simon della GuengDong Guesthouse. Uno come Simon se non lo vedi non puoi capire. Sa già chi sono, che domani arrivano gli altri, mi fa la gentilezza di darmi una camera più larga perchè sono più alto di quanto pensasse (Ooooh! Vely tal italian!).

Poi mi spiega ogni singolo pulsante della stanza-loculo (sembra quella di Pozzetto nel film, tavolino-Tac, televisore-Tac). Vorrei solo riprendermi un attimo, per cui lo ringrazio dicendogli che so già tutto. Gli do un totale di 35 euro in HKD (finita la pacchia filippina) e mi consegna la chiave elettronica ("Se tu avele bisogno busale folte Bum Bum Bum sulla mia polta"). Dopo una doccia rigenerante, mi butto nel flusso multietnico di Nathan Road alla ricerca di cibo e crediti telefonici. Anche il tenore dell'oggettistica è notevole, di cose che ingolosiscono ce ne sono parecchie. Intanto mi mangio un Whooper da BK (tanto il cibo tipico di Hong Kong è il fusion assoluto) e poi, dietro consiglio del vecchio Simon, prendo la metro in direzione Central, dove scendo. Imbocco Pedder Street in direzione sbagliata, e dopo diversi futuristici cavalcavia pedonali mi ritrovo vicino al porto, con una vista mozzafiato su Kowloon. Torno sui miei passi verso Lan Kwai Fong, la zona dove di sera pascolano i fighetti della città; mi accaparro uno sgabello al George Pub e mi scolo lentamente la mia mezza litrata di Hoegarden. Si capisce che fra queste vie la vita non smette mai di pulsare, i giovani ricchi (soprattutto bianchi, ops caucasici) hanno a disposizione il loro recinto dorato in cui scorrazzare; mi torna in mente Città del Capo, anche se con le ovvie differenze. Prima di ordinare un'altra birra e perdere i sensi, mi dirigo verso la metro che sta per chiudere; il tunnel passa sotto il mare e mi riporta a Kowloon. Sotto la Chungking Mansion, un ragazzo afghano di nome Khan vorrebbe vendermi del Manali nero grondante olio. Si conclude così il mio 32° compleanno. -"I close my eyes to understand"

Hong Kong

Ieri ho recuperato gli altri due in ostello e, sebbene fossero distrutti, siamo comunque andati a bere un paio di birre al "The Keg" in Central. Ingurgitato il luppolo fermentato, abbiamo preso un taxi (60 HKD) che ci ha portati direttamente a The Peak, la cima della collina di Hong Kong, la proprietà immobiliare più cara al mondo. E il panorama spettacolare ci fa presto capire il perchè; la vista spazia sull'intera baia, uno scenario di grattacieli a perdita d'occhio che trafiggono le isole. Miliardi di luci sospese che si specchiano sui lembi neri del mare. Ne approfittiamo per bere qualcosa al Bubba Gump, un ristorante a tema sul film Forrest Gump, con reperti di scena e curato nei minimi particolari, con relativo merchandising di magliette ed oggettistica. Per tornare verso Kowloon abbiamo preso il tram panoramico (25 HKD), una funicolare con pendenze vertiginose che scende tutto il crinale della collina, sfiorando quasi i grattacieli che attraversa. Con l'ultima corsa della metro, siamo tornati in ostello dove abbiamo conosciuto un po' di gente e ci siamo aggregati per un mini-party in camera mia. Sono tre ragazze e un ragazzo sino-americani, cioè cinesi che vivono a San Francisco, a cui il governo cinese ha offerto una sorta di riavvicinamento culturale, dando loro la possibilità di vivere un mese in Cina. Ci beviamo del tè con relativo rituale, e poi Tsingtao, rum filippino e Manali. Essendo stati anche noi a Cisco (Luca addirittura per sei mesi) abbiamo parecchi argomenti di discussione; dopo un po' usciamo per prendere una boccata d'aria. Ci siamo avventurati verso il porto per una passeggita sullo Stars Walk, il lungomare in stile hollywoodiano con le impronte delle stelle del cinema cinese. C'è anche una grande statua dorata di Bruce Lee. Sebbene la città sia un formicaio, qui è abbastanza deserto, un'atmosfera insolitamente ovattata rende ancora più irreale uno scenario già onirico. Hong Kong si riflette nelle sue acque come Narciso, scattiamo una marea di foto in lunga esposizione, finchè siamo stanchi ed andiamo a letto. Risveglio tranquillo, impacchettamento bagagli e via, direzione stazione di Hung Hom per fare il biglietto. Da qui, di nuovo in metro fino a Lu Wo, per passare il confine a Shenzen ed entrare finalmente in Cina. Veloci formalità, solito modulo e check delle borse; dopo un paio di tentativi falliti, riusciamo finalmente a prelevare mazzette di Yuan ed eccoci qua, in attesa che il nostro T38 ci porti a Guilin (arrivo previsto domattina alle 7:00).Speriamo che il resto della Cina sia più economico di Hong Kong, lì è difficile spendere meno di un centinaio di euro al giorno; inoltre il biglietto per Guilin (con cuccette di prima classe in mini-stanze da due con bagno) ci è costato una novantina di euro. Impareremo presto che per viaggiare in treno, è meglio acquistarli un po' prima per evitare di dover ripiegare sulla prima classe, o peggio sulla quarta.

Guilin

Arriviamo all'alba nella triste periferia cementificata di Guilin. Intrallazzoni, tassinari, in centro qualche negozietto interessante; in 10 minuti siamo al Backpackers Hostel (100 yuan a notte). Ci danno una tripla essenziale con bagno. Nell'ostello stesso noleggiamo tre bici e ci lanciamo alla conquista della città. La prima tappa consiste nelle due pagode, del Sole e della Luna, notevoli solo perchè una delle due è la pagoda in rame più alta della Cina (o dell'Asia?Mah..) e per il tunnel subacqueo che le collega. In, cima, mentre ci rilassiamo guardando le curiose formazioni rocciose che circondano la città da ogni lato, veniamo avvicinati da un gruppo di mamme con figlie, ci chiedono se vogliamo posare con loro per delle foto, e ne approfittano per scambiare qualche semplice frase in inglese. Poi ci inerpichiamo a piedi sul Picco della Bellezza Solitaria, una specie di enorme monolito dentro la città, in cima al quale ci sono un paio di punti panoramici notevoli. La salita è resa straziante da un caldo umido avvolgente, tanto che a metà del percorso sono istallati dei ventilatori per asciugarsi vestiti madidi e fronti perlate di sudore. In cima ci rilassiamo osservando la città a 360 gradi. Dopo un pranzo pomeridiano in una ludreria aldilà del fiume, ci riposiamo un po' in ostello, mandiamo un paio di mail, nel salone coppiette di turisti zaino-lonely su ogni divanetto. Dopo una cena piccantissima (abbiamo decretato che per mangiare nel sud della Cina è necessaria una fascia frontale parasudore tipo Mc Enroe), andiamo al 100°, una specie di discoteca (si riconoscono dal neon KTV all'ingresso, che vorrebbe dire karaoke). Sembra di essere proiettati venti anni addietro: le prime innocenti trasgressioni, qualcuno balla, la cubista è più vestita di una normale quattordicenne milanese. Addirittura delle guardie con elmetto (tipo antinfortunistica, non si capisce a cosa dovrebbe servire) controllano il regolare svolgersi della serata. Un gruppo di ragazzi del tavolo di fianco tenta di stabilire un ponte, ci offrono sigarette e shot semi-alcolici, ma il fatto che ignorino l'inglese, e ovviamente noi il cinese, ci preclude qualsiasi possibilità di comunicare.

LongSheng Terraces

Stamattina presto siamo partiti da Guilin, alla volta delle Terrazze di LongSheng (o altrimenti dette "la schiena del drago"). Un paio d'ore di autobus (di cui l'ultimo tratto su mini pulmino, visto che la strada si restringe e si inerpica su tornanti da brivido) ed arriviamo in questo paesino isolato. Ha un aspetto insolito, le case sembrano baite svizzere addobbate con le lanterne rosse. Il paese si snoda tra i terrazzamenti di riso, ai lati della strada qualche venditore offre le sue mercanzie; interessanti diversi tessuti e delle "fette" di marmo che hanno venature identiche a quelle della carne, tanto che sono tagliate come bistecche e braciole, e solo da vicino ci si accorge che è pietra. Inoltre vendono miele a blocchetti, semplici pezzi di favo squadrati come sapone. Le donne del luogo si acconciano i lunghissimi capelli neri in turbanti di fogge diverse, a seconda che siano nubili, sposate senza figli o con prole. L'etnia tende al laotiano-birmano. Degli uomini del luogo trasportano su delle portantine di legno i turisti più svogliati, visto che la salita verso il villaggio e le terrazze è blandamente impegnativa; il prezzo del passaggio è di 2 yuan per chilo trasportato. Fra noi nasce una discussione su quanto sia etico un lavoro così, se non sia umiliante; io trovo che sia un lavoro come un altro, che anzi fa guadagnare ai portatori parecchio di più di chi si spezza la schiena nei campi di riso. Inoltre svolgono un servizio anche per i disabili, visto che il posto è un'unica grossa barriera architettonica, e così tutti possono raggiungere agevolmente la cima. La vista dall'apice, su cui sventolano tre bandiere cinesi, è notevole, a patto che non siate vecchi amici dell'Asia; altrimenti, è solo una bella valle terrazzata a riso. Ce la godiamo mangiando una fetta d'anguria. Col pulmino raggiungiamo un altro villaggio, dove le donne del posto inscenano uno spettacolo con i loro canti, i loro arcolai e gli altri strumenti quotidiani che usano. Dopo, mi offro volontario per una finta cerimonia di matrimonio con una giovane del luogo, e ne approfitto per scattare qualche foto nel "backstage" dove le donne mi vestono con qualche indumento tipico e mi spiegano il rituale. Sono praticamente obbligato ad acquistare un anellino (o qualche bigiotteria che non ricordo) da donare alla "sposa", ma il prezzo è esiguo e il tutto è molto divertente. La ragazza che scelgo mi arriva praticamente alle costole. Balli, canti, prove di virilità (come pestare farina di riso in un grosso mortaio o correre con la moglie in spalla ecc), insomma il pomeriggio scorre. Il presentatore mi chiede anche di cantare e mi ricorda l'obbligo di passare la notte con la sposa, gli rispondo con un po' di imbarazzo che ci penserò. Dopo, passeggiamo un po' lungo il fiume, attraversato da un ponte di catene su cui turisti e vecchie oscillano come navi in tempesta. Torniamo a Guilin, dove ceniamo, la cameriera parla inglese e ci racconta un po' di ciò che pensa, che sogna ecc. Dice che vorrebbe girare il mondo, che la Cina le va stretta ecc. Lavora lì da un paio di giorni, le ordiniamo un altro paio di birre per non far sembrare che stia perdendo tempo con noi. Dopo un po' la salutiamo, andiamo a ballare al Max , che è praticamente un copia ed incolla del locale di ieri.

Yangshuo

Oggi, dopo lo sbattimento in stazione a prendere il biglietto per Kunming, ci siamo imbarcati su una bamboo boat alla volta di Yangshuo. Si tratta di imbarcazioni lunghe da una decina di posti con un semplice scafo di bambù (o di tubi di plastica) e un motore. Condividiamo il viaggio con tre spagnoli molto allegri, la crociera sul fiume Li è godibilissima ed il panorama di picchi aguzzi e ammantati di verde a perdita d'occhio è indimenticabile; dei martin pescatore si tuffano nell'acqua vicino alle rocce. Non sono facile agli entusiasmi ma le due ore sul fiume sono davvero piacevoli. Scesi dalle imbarcazioni, ci pigiamo in un furgoncino con gli spagnoli e delle ragazze cinesi, percorriamo polverose strade di campagna che corrono parallele al fiume; sugli alberi strani frutti che sembrano enormi pere. Siamo contenti di avere incluso nell'itinerario anche una tratta via terra, il panorama bucolico sembra una felice cartolina maoista. Dopo un'oretta di viaggio raggiungiamo finalmente Yangshuo; sembra decisamente a misura d'uomo, lungo il fiume bancarelle e anziani pescatori con i cormorani. Il viale centrale del paese è un susseguirsi di negozietti con dell'artigianato interessante. Non dobbiamo camminare molto per trovare l'hotel che fa al caso nostro: il White Lion, proprio in centro alla parte antica di Yangshuo. Paghiamo 180 yuan la tripla, che è pulita e bene arredata, e con un balconcino che si affaccia sul via vai pedonale sottostante. Un paio di giorni sono sufficienti per godersi i dintorni e rimettersi in forze, e ripartire alla volta di Guilin.

verso Kunming

La pace di Yangshuo è già un ricordo. Siamo nell'affollata stazione di Guilin in attesa del treno delle 16:56 per Kunming. Fuori dalla stazione qualche storpio e un lebbroso. Riusciamo a rimediare solo un biglietto di quarta classe (hard seat) in mezzo ad una fauna umana che è tutto un programma. Un vecchio si ostina a parlare con noi in cinese (scambiare quattro chiacchiere in lingue che non sai).I sedili sono studiati per essere scomodi qualunque posizione si assuma, e noi abbiamo di fronte un viaggio di una ventina d'ore. Il capovagone mi offre sottobanco un lettino in seconda, per 120 yuan, ma non mi va di abbandonare gli altri lasciandoli al loro destino. Cerchiamo di non demoralizzarci; quando cala il buio, la gente si contorce e si infila in ogni interstizio per cercare di dormire un po', ma è una tortura, teste ciondolanti, il solito ciccione che russa come un grizzly, mugugni e rantoli vari. Ci giriamo senza pace come cani rognosi. Manca solo la famosa vecchia con la rana. Il top lo raggiungiamo quando il vecchio (denominato Danny the Dog) davanti ad Ale e Luca si alza, si gira appoggiandosi con le braccia al sedile, e dopo cinque minuti si lascia andare in una rumorosa flatulenza nell'indifferenza generale. Noi scoppiamo a ridere e ci rifugiamo nel giunto fra i vagoni a prendere un po' d'aria. Decido di avere perso la dignità da almeno un'oretta, non mi riesco a sistemare in nessun modo per più di tre minuti, per cui prendo il mio tappeto turco e lo butto in terra sotto il quadro elettrico del vagone, dove riesco a ricavarmi un metro quadro in posizione fetale. Funziona, e per un paio d'ore riesco anche a dormire, finchè il capovagone mi fa spostare perchè deve armeggiare con levette e bottoni luminosi. Il panorama all'alba (dovremmo trovarci nei dintorni di Weishe) è spettacolare. Valli con laghi e appezzamenti coltivati disposti in modo bizzarro. Campi di fiori arancioni, colline di girasoli, riso e mais. Su una montagna bellissima sono seminascoste qua e là delle tombe bianche rivolte verso il sole che nasce. L'armonia del panorama rende meno amare scomodità e scaccolamenti vari. Ogni volta che mi sveglio dal torpore vedo gente diversa, o posizionata diversamente; alle stazioni sembra che ne scendano 10 e ne salgano 50. Ora saranno le 9:00 e siamo dei ragni, non vediamo l'ora di arrivare a Kunming. Si intensifica il fenomeno degli occhi sgranati rivolti verso di noi: non si capacitano di occidentali in quarta classe. L'arrivo nella stazione di Kunming è uno scontro con le ottuse formalità cinesi. Immaginate 3000 cinesi che scendono dopo 20 ore di treno, e vogliono fuggire a lavarsi e ad appoggiare le galline. L'astuto funzionario ferroviario cinese, invece, sistema un tornello in cui convogliare la folla per strappare il biglietto (tra l'atro già datato e timbrato). Il risultato è una coda oceanica. Superato questo ostacolo ci tocca l'ultimo supplizio: la coda per fare il prossimo biglietto. In fila davanti a noi una coppietta di ragazzi, ci facciamo scivere su un foglietto data e destinazione; inoltre sul tabellone in ideogrammi e con schermata da 5 secondi, individuiamo il treno esatto. Non basta. Quando è il nostro turno, consegniamo il "pizzino" alla bigliettaia, una sciura occhialuta sulla quarantina. Lei guarda il biglietto, poi ci guarda come se le avessimo chiesto una datazione, precisa al giorno, di un lembo della Sindone. Non basta il nostro gesticolare (cuccette=segno della nanna, tipo gioca jouer). Si alza perplessa e chiama una collega più giovane. La fila di cinesi aspetta paziente. C'è un tornello anche in biglietteria, per cui devo sporgermi per assistere Luca nella stipulazione del biglietto per Chengdu, che dopo tante tribolazioni riusciamo finalmente ad ottenere.

Kunming

La zona attorno alla stazione è popolata da qualche faccia poco raccomandabile; saliamo sul taxi (che ha la griglia metallica) e al primo incrocio un poliziotto consegna al tassista una fotocopia con le foto dei ricercati del giorno. Andiamo bene! Scendiamo al Seagull hotel, di fronte ad uno degli ingressi del Parco del Lago Verde. Paghiamo 300 yuan la tripla; camere anonime, triste moquette grigia. Le cameriere bussano due volte, la prima per rifare i letti, la seconda per darci il tè o qualcosa di simile. Noi, dopo il viaggio della speranza, abbiamo solo voglia di lavarci e fare un pisolino, per cui le invitiamo a tornare dopo o mai più. Narcolessia diffusa, gag sulle microspie del Partito piazzate ovunque (Mao di m.. cioè.. Grande Mao!). Serata nel mercato notturno, in realtà un quadrilatero di negozi con aspirazioni occidentali. Solita piazza al neon e discoteche che pompano hardcore (cinese!). Il giovane autoctono trasgressivo è una specie di emo coi capelli cotonati, una cosa che fa passare l'appetito. Ma non a noi, infatti entrimo in un ristorante in cui assaggiamo praticamente tutti i primi locali, ravioli trasparenti al vapore, linguine piccanti, tortini dolci con ripieni indefiniti (fichi? alghe? mah..). Dopo il ruttino, entriamo in una discoteca, è piena ma è talmente inutile che usciamo senza neanche bere. Presenza di occidentali pressochè nulla, infatti ci guardano spesso con occhi sgranati ("I'm an alien in Kunming.."). Per strada banchetti espongono ogni tipo di carne immaginabile da grigliare al momento, gamberi di fiume, larve, fegati, cavallette, cervelli (dalle dimensioni direi di pecora, nella migliore delle ipotesi). Qui va moltissimo l'anatra, te la trovi ovunque, nelle zuppe ci mettono pure teste e zampe.

Dali

Dopo una pulmanata di 6 ore, eccoci finalmente a Dali. L'ultimo terzo del viaggio, essendo chiusa per lavori una parte dell'autostrada, lo abbiamo fatto attraverso le montagne, inerpicandoci su tornati affacciati su stupendi paesaggi di campagna, vediamo passare donne di etnia Bai con i loro elaborati copricapi. La periferia di Dali è terrificante, edifici alti e brutti, rottamai, modernità scadenti. La guida dice che a Dali abitano 40.000 persone, forse parla della sola città vecchia: infatti la vallata sembra Città del Messico, i pendii totalmente ricoperti di case. Bus-triciclo, poi un tratto in pulmino, ed eccoci a Dali vecchia, un dedalo di viette e decorazioni, forse un po' artificiale ma piacevole, ruscelletti e cascatelle nelle vie, tutto molto curato. ristoranti all'aperto, negozietti di artigianato; fra gli oggetti degni di nota quelli di marmo (vasi, sculture), poi gli onnipresenti pettini di bufalo, qualche ceramica, braccialetti di giada, medaglioni delle festività, flauti fatti con zucche e bambù, per il resto la solita chincaglieria. Molti turisti cinesi, pochissimi occidentali. Delle donne Bai offrono ganja e un nero con un retrogusto di fieno. Ceniamo in una piacevole vietta ai bordi di un canaletto, tra le lanterne rosse; un ratto corre felice tra i tavoli ma nessuno lo prende sul serio. Il clima qui è molto più fresco che nelle umide pianure, di sera si sta bene a maniche lunghe. Troviamo un hotel anonimo in una via traversa, 100 yuan la doppia, attacco la zanzariera perchè ne svolazzano parecchie. La decisione di noleggiare 3 biciclette per tutto il giorno (30 yuan a testa) è stata la migliore che potessimo fare. Ci siamo diretti verso le tre pagode simbolo di Dali ma, giunti di fronte, abbiamo desistito. A parte i 121 yuan d'ingresso, non ci sembrava che fossero granchè. Per chi è stato in Thailandia questi templi non sono molto interessanti, e in particolare questi sembrano abbastanza spartani. Quindi, dopo dieci minuti di relax nell'ampio spiazzo davanti agli ingressi, rimontiamo in sella e ci dirigiamo verso i paesini che intravediamo sui pendii delle colline che circondano la città. Dopo una lunga pedalata, arriviamo in uno di essi,dove il tempo sembra essersi fermato, uomini col cappello della rivoluzione che parlano e fumano, donne con i costumi etnici che trasportano pesanti gerle colme di pannocchie ed altri ortaggi, bambini che sbirciano da dietro gli angoli e ridendo ci apostrofano wai lai. Le case sono molto caratteristiche, con i muri bianchi dipinti con paesaggi e motivi geometrici neri. Strette strade di ciottoli, una piccola piazza con un negozietto che vende tutto, le poche persone ci osservano curiose. La mtb ci consente di infilarci in ogni anfratto e sentiero, raggiungiamo uno slargo fra le boscaglie dove riposarci un attimo nella frescura della vegetazione. Dopo un po' che siamo lì mi accorgo che attorno a noi ci sono delle piante di canapa, probabilmente spontanee. Continuiamo il nostro percorso per i campi, su sottili sentieri sassosi, dirigendoci verso il lago che intravediamo a fondo valle, sempre cercando di evitare le grosse strade trafficate. In riva al lago ci godiamo una sigaretta, lanciandoci qualche sguardo esplorativo con un capannello di ragazzotti che poco lontano ha la sua base. Pioviggina, ma non dà fastidio. Donne con i cappelli di paglia curve nel riso, muratori che lavorano sotto il sole cocente, vecchi che giocano a dama cinese nella penombra di un circolo. Passiamo in bici per diversi villaggi, percorrendo almeno una ventina di chilometri. Abbiamo poi raggiunto un tempietto abbastanza isolato, con degli edifici ancora in costruzione, attorno solo la casa del custode e di qualche famiglia contadina. Accanto al buddha razzolano maiali ed oche. Nel cortile ci sono delle nicchie di mattoni con dentro il fuoco, i fedeli pregano buttandoci dei mortaretti o bruciando dei parallelepipedi di carta. Entriamo nel tempio, grandi buddha (il principale nella posizione detta "dello scrocchiamento di dita prima della rissa"). Incensi, fogli di preghiera, cuscini su cui qualche fedele si inginocchia e si rialza decine di volte. Fuori il custode, un anziono signore molto gentile, ci invita a prendere il tè con lui, e non possiamo rifiutare la sua squisita ospitalità. Sotto lo sguardo di due statue nella nicchia, una di buddha e l'altra di Mao, consumiamo con lui l'insipida brodaglia bollente, assaporando più che altro l'istante. Abbiamo con lui una lunga discussione, parliamo senza capirci, lui in dialetto montanaro cinese, noi in italiano, ma serve ad accorciare le distanze, capisco ora il significato dell'affermazione "medium is the message". In realtà parlarci l'un l'altro è una comunicazione di per sè, è rassicurante e ci consente di scambiarci impressioni anche se non capiamo niente di ciò che ci stiamo dicendo; la scena è surreale. Il significato è relativo, i concetti principali li mimiamo a gesti. Infatti dopo un po' il vecchio fa il gesto di "se magna" e lo capiamo subito, ci invita a seguirlo nella sua casa. Qui c'è tutta la comunità delle poche case, qualche donna, delle bambine, un bonzo vestito di giallo. Consumiamo il pranzo con loro, riso, insalata bollita, pezzi di pollo, melanzane piccanti, fagioli verdi e rossi, sfogliate di farina di riso, verdure irriconoscibili ma buone. Da bere niente, infatti dopo un po' evito i cibi piccanti, si vede che loro a tavola non bevono e non mi va di fare il piangina. Dopo pranzo ringraziamo e beviamo altro tè, mentre il custode legge un libro di preghiere e sgrana una specie di grosso rosario. Alle sue spalle una donna confeziona delle specie di camicie di carta, forse ad uso cerimoniale, mentre un vecchio muratore lì vicino sta tirano su un muretto di mattoni tutto sbilenco. Un altra lunga pedalata ci riporta in città, dove ceniamo ed andiamo a letto presto, visto che le vasche (o "struscio") nei viali verso mezzanotte è già finito.

Chengdu

Sul treno per Chengdu. Le cuccette della terza classe sono decenti, una famigliola con nonna e bimba che divide lo scompartimento con noi ci offre biscotti, cicche e strani frutti rossi. Tutti hanno il loro thermos con the e foglie varie, oppure consumano i famigerati spaghetti liofilizzati. La comunicazione, come il solito, è ridotta all'osso. Chengdu ci accoglie come una pezza calda bagnata buttata in faccia; il clima è torrido, l'umidità al 100%, lo smog una coltre spessa che ricopre la città. Fuori dalla stazione i soliti milioni di cinesi che ci guardano stupefatti. Un triciclo per 50 yuan ci porta al Traffic Inn Hotel, un albergone anonimo dove prendiamo una tripla triste (120 yuan). Un sole pallido si affaccia timidamente dalla patina giallo grigiastra del cielo. Soliti palazzoni e incroci trafficati. Il fiume verdognolo è solcato da aironi bianchi. A fianco del nostro hotel c'è l'omonimo ostello, che scopriamo essere luogo di passaggio di una certa fauna eterogenea di viaggiatori e scappati di casa vari. La sera la passiamo con questa compagnia, tra birre, film e partite a ping pong. Giornata dedicata ad uno spensierato cazzeggiare per la città. Prendiamo l'autobus 55 e scendiamo, grazie ad un'attenta analisi del percorso, proprio di fronte al complesso del tempio Wenshu, che si rivela una piacevole sorpresa: è molto ben tenuto, all'interno di una cinta di mura che comprende anche un parco, una sala da the ed altri edifici. Insolitamente è semideserto, per cui possiamo passeggiare tranquillamente senza dover fendere la folla come spesso accade. Ci troviamo ad essere noi, qualche bonzo affaccendato nelle sue cose, un gatto bianco che zampetta indisturbato tra i buddha nella penombra. Un'atmosfera di quiete regna su tutto, ci soffermiamo pigramente ad osservare le sculture e le ricche finiture dei templi, ed i bonzi che recitano i loro mantra ipnotici. Usciamo, cercando un po' di ombra per riprendere fiato e idratarci con qualche bibita cinese. Nel viale che corre accanto al tempio ci sono decine di negozi che vendono articoli militari, l'ideale se si deve prendere materiale da campeggio o da viaggio; ne approfitto per prendere un paio di bermuda tecnici color camouflage e una bussola professionale. Prendiamo quindi l'autobus 16 che ci scarica in Jin Long Plaza, un grande spiazzo in fondo al quale si erge imperiosa un'alta statua bianca di Mao; e poi sculture dorate di dragoni stilizzati, una tela futurista di grattacieli squadrati ed altri in costruzione, un ledwall con immagini di cinesi felici che comprano qualcosa. Rari gli occidentali in giro.

Leshan

In pullman, direzione Leshan. Il cielo è grigio, il paesaggio per ora è piatto e monotono, la versione cinese della pianura Padana, cartelloni, quartieri residenziali per la piccola borghesia e gli impiegati statali. La voce monocorde della guida ci ha già massacrato le palle, sono tre quarti d'ora che smiagola il suo idioma irritante nel microfono. Luca ed Ale affrontano il viaggio con la narcolessia, per cui mi annoio in modo insopportabile. L'autista ci mette del suo andando a 60 all'ora sulla strada dritta e sgombra, per cui i 126 km diventano uno stillicidio. Dopo un po' fortunatamente arriviamo. Il compleso di Leshan è molto esteso; in pratica si tratta di un grosso parco attraversato da lunghi sentieri, alcuni dei quali anche un po' impegnativi, considerando anche il clima subtropicale. Il Buddha gigante scolpito nella roccia, o almeno il più famoso della zona, è una visione monumentale che appare all'improvviso, ne scorgiamo prima la testa (alta una quindicina di metri) e con una scaletta laterale arriviamo fino alla base fra i giganteschi piedi. La gente è tanta, per cui non è sempre facile spostarsi o trovare qualche posto un po' tranquillo. La passeggiata procede verso un tempietto con un porticato ed un laghetto con i pesci rossi, dove la guida si ferma a pigolare mezzora nozioni a noi incomprensibili, due giapponesi condividono il nostro sgomento, gli stessi turisti cinesi sono straziati dalla noia . Ci sdraiamo sulle panche e la voce della guida diventa una piacevole ninna nanna. Ci riprendiamo bruscamente, è ora di rimettersi in marcia. Dopo un lungo tragitto a piedi nella boscaglia raggiungiamo un complesso di grotte umide, all'interno delle quali sono scolpite divinità a più braccia sapientemente illuminate e demoni guardiani. All'uscita delle grotte, la visuale si spalanca sull'intera vallata sotto, in cui si scende con una ripida scalinata interrotta da chioschetti decorativi con dragoni e sculture varie. Lungo le catene passamano e sugli altarini sono attaccati migliaia di lucchetti, alcuni dei quali veramente usurati, direi che sono lì almeno da parecchi decenni. Alla base della collina un buddha dorato moderno, davanti al quale sculture bronzee di poppute ninfe in stile indiano danzano nell'acqua. Un alto obelisco bianco, sorretto da elefanti di marmo, sul quale sono scolpiti centinaia di piccoli buddha. Si cammina ancora un po' e, attraversato un ponte, si può vedere l'altro enorme buddha scolpito nella roccia, una figura imponente, sdraiata, che misura 175 metri; purtroppo sono visibili solo la testa ed i piedi, il resto è ricoperto dalla vegetazione. Alcuni turisti fanno delle foto ricordo con scimmiette vestite di seta dorata e pavoni legati sui trespoli a fianco di un'altalena decorata, noi non alimentiamo questo triste business e ci avviamo verso il pulmann che ci porterà all'appuntamento più atteso: il pranzo! Solito ristorante della zia, dividiamo il tavolo con i giapponesi ed un paio di brufolosi teenager cinesi molto cortesi. Il cibo si rivela una fetenzia: riso scotto, verdure innominabili, insalata bollita ed un pesce gatto che sa di fango. Si salvano solo delle polpette di carne (di quale animale preferiamo non scoprirlo). Ci alziamo vagamente disgustati ed ancora affamati. Fuori, noi tre veniamo incomprensibilmente dirottati su un camioncino scassato che, dopo aver imboccato contromano il viale d'uscita dell'autostrada, si ferma in corsia d'emergenza e ci lascia lì, dicendoci che di lì a poco sarebbe passato un altro pullman per Chengdu. Lo tratteniamo praticamente in ostaggio, e ci stupiamo quando dopo cinque minuti il bus arriva davvero e ci carica. Al ritorno abbiamo ulteriori conferme dell'incapacità dell'orientale alla guida nel traffico: sclacsonate inutili e continue, zig zag a continuo rischio di collisione, sorpassi in corsia d'emergenza. La sera, stanchi come dei minatori, la passiamo al baretto dell'ostello, facendo due chiacchiere col Beretta, un brianzolo che da una decina di mesi gira per l'Asia. Il bello di vivere in un Paese che offre poche prospettive è che puoi girare spensieratamente il mondo. Ci racconta di alcune zone della Birmania e di altri Paesi i cui è stato, ricambiamo con le nostre storie ed esperienze. Dopo una birretta ed un paio di mail, tutti a nanna.

Panda Base

Gitarella al Panda Breeding Centre, 11 km a nord di Chengdu. Si tratta di un parco dedicato alla salvaguardia di panda e panda rossi (simili a dei procioni). Fortunatamente la giornata è piovosa, per cui gli animali si avventurano al di fuori delle zone d'ombra e possiamo vederli ciondolare pigramente e masticare il loro cibo preferito, foglie e germogli di bambù. Il panda è uno dei pochi animali che in Cina, fortunatamente, gode di rispetto e tutela, anche perchè viene usato spesso come dono diplomatico (recentemente ne sono stati regalati un paio a Taiwan per ingraziarsi i politici locali). Nella nursery vediamo anche dei cuccioli ed uno che deve essere appena stato partorito, infatti è ancora cieco e sembra un topolino senza pelo. Il piacevole giro dura un paio d'ore, e si conclude nel museo del parco che raccoglie materiale vario inerente ai panda.
In serata ci presentiamo dalla ragazza dell'agenzia per ritirare i permessi per il Tibet, che come temevamo esordisce con "I'm solly solly". Per un disguido non è arrivato, tutto slitta quindi di un giorno e si accollano loro le spese. La tipa si prodiga per placare la nostra ira funesta, ma capiamo che non dipende da loro e ci rassegniamo. Per smaltire la delusione, passiamo la serata al Jellyfish, localino occidentalizzante nella zona universitaria (Zidonglu Section); gente e Cuba Libre non male.

Chengdu

Stamattina mi sveglio presto e mi faccio un giro da solo per il centro cittadino. Prima un po' di allenamento con gli anziani sulle macchine-taichi, poi vagabondaggio nei negozi di abbigliamento e di elettronica. Sulla strada del ritorno entro in un negozio di sculture; il gestore, un ragazzo poco più che ventenne, mi mostra le opere spiegandomele dettagliatamente una ad una, e nel mentre mi offre acqua calda. Lo vedo in apprensione mentre prendo in mano manufatti di estrema delicatezza. La maggior parte delle sculture sono in marmo bianco con fitte venature rosse, oggetti veramente degni di nota, ed i prezzi vanno dai 1000 ai 5000 yuan; quando gli faccio capire che sono fuori dalla mia portata lui sorride e mi dice che a lui interessa che io conosca meglio la sua cultura, e non c'è ipocrisia mentre lo dice. Mi spiega che i dragoni della tradizione cinese sono tutti benevoli, al contrario di quelli occidentali. Poi, sempre nel suo anglo-cinese, insiste per sapere la mia data di nascita e mi spiega tutte le caratteristiche del mio segno, il cavallo. Consulta un voluminoso librone finchè trova il momento in cui sono nato. I miei elementi sono l'oro e l'acqua, i miei colori sono bianco, dorato, nero e blu; i miei punti cardinali favoriti sono il nord e l'ovest ed il mio numero portafortuna è il 4. Mi spiega anche che, se volessi avere un segno portafortuna di marmo sulla scrivania, non dovrebbe essere un cavallo, ma un segno amico, ad esempio una capra (Ale è una capra, e più tardi si rallegra di essere un talismano vivente per me e Luca).
Nel pomeriggio visitiamo il quartiere tibetano, che sembra abbastanza posticcio pur conservando parecchi elementi interessanti: si riduce a qualche via affollata ricca di negozietti di artigianato (i prezzi, ovviamente, sono il quintuplo del normale per noi gaijin); i cinesi che passeggiano sono più incuriositi da noi che dalle tibetanate. Ci chiedono più volte di fare delle foto assieme a loro, e viviamo i nostri bei momenti di celebrità.

verso Lhasa

Stamattina ci siamo svegliati all'alba per prendere l'aereo, che è partito con un'ora abbondante di ritardo. Ci lasciamo alle spalle Chengdu, l'anticamera del Tibet, con le sue contraddizioni fra il non lontano passato feudale e la modernità importata dai cinesi. Il pasto a bordo consiste in una vaschetta di riso liquefatto, pane burro e un brownie. L'aeroporto di Lhasa è veramente piccolo, in duecento metri siamo dall'aereo al parcheggio, dove ci attende Lodoe, la nostra guida tibetana. L'aria è tersa e rarefatta, montagne aguzze e brulle circondano la valle, la vegetazione è composta da sterpaglie. Lungo la strada, il territorio paludoso è il luogo in cui l'immenso Brahmaputra inizia a raccogliere le forze per la sua tortuosa discesa verso l'India. Con il furgoncino seguiamo la provinciale poco affollata di mezzi, qualche villaggio, case isolate su cui sventola più o meno spontaneamente la bandiera cinese. Gli altri colgono l'occasione del trasferimento per sonnecchiare un po', io invece sono avido di emozioni tibetane.

&

Lhasa

Per un paio di giorni non ho scritto, c'è così poco tempo per fare tutto. La permanenza ad orologeria in Tibet concessa dai cinesi impedisce di cogliere serenamente tutti gli aspetti che la tranquilla realtà tibetana offre. Lhasa. Cinque lettere per descrivere un universo. La strada che la taglia in due, perentoriamente chiamata via Pechino, passa davanti al Potala, su cui svetta la bandiera cinese, nel caso qualcuno dimenticasse che il Tibet non è più indipendente. La parte più antica della città, che inaspettatamente conserva ancora forti le proprie radici e la propria identità, si raccoglie attorno al tempio Jokhang, in un dedalo di viette e stradine che mai mancano di riservare qualche sorpresa. In una di queste strade troviamo alloggio, un anonimo ostello gestito da cinesi che sembra una caserma, con due posti in camera e uno in camerata. Ha il pregio di essere posizionato bene fra l'arteria principale e il Barkhor.
I tibetani, fisicamente, sono abbastanza diversi dai cinesi, tanto che li si può facilmente distinguere; hanno infatti tratti più spigolosi, gote rosee, nasi più adunchi ed occhi affilati, mentre i cinesi in genere hanno tratti più dolci ed affusolati. La nostra guida ed interprete, Lodoe, è orgoglioso di essere tibetano, e ci racconta la sua storia. Da piccolo, è stato portato dal padre in Nepal per poter studiare l'inglese e non essere indottrinato dai cinesi. Sono espatriati passando attraverso le montagne come profughi, poichè ai tibetani tuttora non è concesso il passaporto. Dice che i tibetani aspettano il ritorno del Dalai Lama e l'appoggio internazionale per avere l'indipendenza, oppure che la Cina collassi su sè stessa come l'ex Unione Sovietica. Insomma, campa cavallo.. Lui stesso è scettico, capisce che la battaglia per il futuro del suo Paese si giocherà tutta sull'ostinata conservazione delle proprie tradizioni di fronte alla strabordante invasività economica e culturale della Cina. Naturalmente la questione tibetana meriterebbe un più ampio approfondimento di quanto sia possibile in un diario di viaggio dopo qualche giorno passato a Lhasa. La mia impressione è che, se i cinesi fossero furbi come spesso sono, capirebbe che conservare l'identità del Tibet conviene anche a loro, sia in termini di prestigio internazionale, ma anche in vista dell' indotto creato dal turismo, che qui ha potenzionalità straordinarie se viene comunque amministrato con lungimiranza, impedendo che Lhasa diventi una città con neon e palazzoni di calcestruzzo come mille altre città cinesi. I tibetani sono un popolo pacifico, come sempre la civile convivenza sarebbe l'ipotesi più auspicabile, ma è sempre difficile da realizzare in concreto. Lodoe sarebbe insegnante, ma la scuola in cui lavorava è stata distrutta da un'alluvione e lui campa facendo da guida e con altri lavoretti. Ha solo ventiquattro anni ma è una buona fonte di notizie e ci aiuta ad affrontare la labirintica capitale. Con lui, il primo giorno, assistiamo alle celebrazioni finali della festa dello yoghurt, una delle poche ancora concesse in cui i tibetani si ritrovano per festeggiare assieme. Le esibizioni canore e danzanti sono modeste, ma il vero spettacolo è il pubblico che assiste ai lati, ordinato e serio come se fosse a teatro, gli uomini con il cappello da rodeo, le donne nei lunghi abiti colorati. Poco lontano, una mostra mercato di bonsai, alcuni dei quali di rara bellezza, fra cui uno di bouganville ..vabbè. Il Potala ormai è quasi interamente accessibile ai fin troppi turisti, quasi tutti cinesi. Noi ci facciamo largo fra la folla con un po' di spavalderia, dicendo "Diplomatic!", mentre Lodoe si inoltra saltando la coda inaffrontabile all'ingresso. Le larghe scalinate per accedere alla parte superiore del tempio sono probabilmente fatte per essere risalite a cavallo; sotto il sole implacabile e con l'aria rarefatta necessitano di qualche pausa, indispensabile anche per ammirare il maestoso panorama e le rifiniture esterne della costruzione. All'interno, un dedalo costituito dagli antichi luoghi di ritrovo e preghiera dei monaci, fino alle stanze private del Dalai Lama. Il percorso è disseminato fittamente di sculture dei vari bodhisattva, troni, rotoli di preghiere, portalumi dorati in cui brucia eternamente burro di yak illuminando fiocamente il labirinto ormai affidato alle sole cure dei custodi. Non srotolano più le antiche preghiere in sanscrito gli antichi monaci, nè il giovane Dalai Lama osserva incuriosito il mondo dalle sue stanze agli ultimi piani. Il turismo, con il mio incolpevole contributo, ha fagocitato anche questo edificio (per ora senza infortuni, grazie anche alla protezione garantita da enti come l'Unesco). In fondo anche il Duomo di Milano è un tempio sacro, che però tutti i cittadini che ne hanno rispetto possono visitare senza problemi, perchè sono meraviglie costruite dall'uomo a cui tutti devono poter accedere. Il cuore pulsante della cultura tibetana è invece il Barkhor, il quartiere che circonda il tempio Jonkhang, che rimane il mio preferito. Attorno ad esso si consuma lo spettacolo della tumultuosa quotidianità tibetana, tra le ispirazioni religiose e le bancarelle fitte di metalli e tessuti, gli incensi e le magliette cinesi. I tibetani camminano tutti in senso orario rispetto al tempio, recitando i mantra cantilenanti o spulciando fra gli oggetti in vendita, alcuni fedeli gettandosi a terra facendo handboarding con delle tavolette di legno. Molti, soprattutto gli anziani, ruotano delle specie di scettri, detti anche mulini della preghiera, contenenti rotoli di antichi mantra che girando si diffondono in tutte le direzioni. Anche un occidentale annoiato potrebbe stare ore ad osservare il semplice fluire della gente senza annoiarsi, tale è la varietà di etnie e personaggi che da tutto il Paese convergono in queste strette vie. Abbiamo contato tre gruppi etnici principali, esclusi i cinesi: i cowboy, i treccia rossa e gli scappati di casa. Hanno tutti l'aria di soddisfatta gente semplice di montagna, con le gote rosse e i modi rustici. Di monaci in città se ne vedono pochi, anche per via dei recenti disordini in occasione delle olimpiadi di Pechino del 2008. La situazione ora appare tranquilla, a parte qualche cecchino sui palazzi nella piazza principali e soldati cinesi che a gruppetti di cinque pattugliano pigramente la città; perlopiù sono tutti ragazzini di leva con il fucile più grande di loro. La sbirranza semplice invece è affidata ai tibetani. La cucina più tradizionale si basa essenzialmente su un'unico animale: lo yak. Lo abbiamo assaggiato in ogni modo, nei tortelli, alla brace, con i funghi, ed è sempre squisito, ci ha permesso una pausa dai forti sapori cinesi. Chissà se il primo fast food cinese che già è stato aperto in centro farà cambiare anche le radicate abitudibni culinarie di questo fiero popolo. Di notevole in città visitiamo anche uno fra gli unici conventi in Tibet, dove le monache tuttora pregano e coltivano i loro medicamenti. L'artigianato è vario e ci sono molti "ricordini" da portare a casa, ma bisogna stare attenti alle molteplici imitazioni cinesi e alla furbizia dei mercanti. Prendo una maschera di Mahakala di legno dipinto, un coltello Khampa, campane a forma di ciotola da suonare ruotando un cilindro di legno, qualche maglietta e altro. Viaggiando zaino in spalla non si può prendere tutto, anche perchè gli oggetti che valgono non sono spesso per le mie tasche. Delle immagini che restano? L'immensa piazza di fronte al Potala, di notte, con solo noi tre e qualche altro che camminiamo nella luce gialla dei lampioni che si riflette sulla distesa di mattonelle; il quartiere della moschea lontano dal chiasso del Barkhor, la piazza centrale che dalla terrazza ci ricorda per qualche ragione Jemaa el Fna a Marrakech. Ma è già ora di partire, con il treno che affronterà il tragitto ferroviario più in alto del mondo.

Xining

Il treno da Lhasa attraversa panorami montagnosi brulli e poco ospitali. Ampie vallate, yak che pascolano, qualche ghiacciaio in lontananza, al crepuscolare l'atmosfera è lunare. Questa ferrovia è un vanto dei cinesi, sognata da Mao ebbe termine solo nel 2006. Nelle cabine sono presenti, e molti le usano, maschere di ossigeno, visto che buona parte dei 1150 km fino a Xining sono oltre i 4000 metri. Un signore si schiaffeggia, forse per reagire allo sforzo della pressione, un altro chiede l'intervento della solerte bigliettaia-infermiera. Il passo di Tanggula è a 5000 metri, ed infatti più o meno in quel punto mi sveglio di soprassalto sentendomi strano, niente di insopportabile, a parte un po' di sangue dal naso. Galleggiamo nei corridoi dalla luce giallastra, la motrice diesel mastica chilometri di permafrost, fuori dai finestrini la notte tibetana è un cielo nero che svela deserti rossastri all'alba, ed infine i terrazzamenti coltivati dopo Golmund. Arriviamo a Xining verso le 16:00, dopo tante ore di treno. La città è circondata da montagne con un certo fascino, ed è tagliata dal Fiume Giallo. Alla biglietteria della stazione cerchiamo già i biglietti per Pechino, ma non serve fare la coda: dal tabellone gli implacabili ideogrammi ci dicono che per almeno dieci giorni non c'è nemmeno un hard seat. Facciamo la conoscenza di Xiao, un intraprendente personaggio da scalo ferroviario, che si offre di "aiutarci". Parla inlglese, e suo "cugino" ha un'agenzia di viaggi; visto che si trova più o meno in centro decidiamo che tentar non nuoce. Ormai l'unica soluzione sembra raggiungere Pechino con un volo interno, o provare intanto a raggiungere Xian in qualsiasi modo. Dopo una votazione democratica ci accordiamo per il volo a Pechino, e lo realizziamo seduta stante ad un prezzo ragionevole. Xiao naturalmente può anche consigliarci una posto in cui prendere una camera, cioè un hotel nel quartiere musulmano. Andiamo a vederlo con riserva, ma visto che siamo distrutti dal viaggio e vogliamo solo fare una doccia e appoggiare lo zaino, prendiamo una doppia adattandola per tre, anche se la pulizia non è il fiore all'occhiello dell'albergo. ("It's clean?", avevamo chiesto prima che Xiao ci portasse all' hotel; e lui, "very clean!"). Le donne all'ingresso non sembrano capire neanche la più semplice delle parole che diciamo loro, chiedere un cuscino e degli asciugamani in più diventa un corale esercizio di mimica. Usciamo per cercare da mangiare nei dintorni, il meglio che troviamo sono hamburger cinesi da Dico's; al ritorno, sul marciapiede, seguiamo un'inquietante scia di gocce di sangue per trecento metri, un macabro sentiero che si interrompe bruscamente ad un incrocio e sulla cui origine ognuno ha la sua ipotesi. Ci si accorge di avere a che fare con una Cina imparentata con il Medio Oriente, i tratti sono più scuri e meno a mandorla, molte donne hanno il velo; e non è difficile notare quanto l'influenza islamica tenda a mitigare gli eccessi presenti in altre metropoli cinesi. Qui convivono e si intrecciano da millenni comunità tibetane, musulmane ed Han, e la città è un laboratorio di reciproca tolleranza e cultura condivisa. Alla mattina, visitiamo la moschea, ci arriviamo passeggiandoci e assaggiando i dolci delle pasticcerie arabe lungo la strada. Nel cortile, sotto i minareti, anziani che chiacchierano mentre leggono il giornale, sullo sfondo un arco ornamentale a pagoda ed in lontananza gru che innalzano alti palazzi. Non possiamo accedere alle zone di preghiera, ci accontentiamo di fare due passi nel cortile, cogliendo dialoghi sussurrati e scorci inattesi. Nel pomeriggio, ci facciamo due ore e mezza di treno e siamo a Lanzhou, sulla carta la città più inquinata del pianeta, non notiamo grosse differenze rispetto ad altre; sembra una copia di Xining ingrandita ed industrialmente ottusa.

Pechino

Arriviamo che è buio e piove; fuori dalla stazione il primo tassinaro ci chiede una cifra astronomica, lo mandiamo affa e ci allontaniamo per cercarne uno più onesto. Chiedere di accendere il tassametro è come domandare la fattura ad un dentista. Contrattiamo un prezzo ragionevole e ci facciamo portare in Hengshan Road, una strada vivace di locali e boutique artistiche, che attraversa gli hutong più genuini e scalcinati, a qualche centinaio di metri dalla Città Proibita. Non abbiamo prenotato, i primi due o tre posti in cui chiediamo non hanno letti liberi; noi procediamo inflessibili, zaino in spalla e sudore a fiotti, fra la gente che passeggia spensierata. Manufatti moderni, giocattoli cinesi antichi, magliette con stampe originali, abiti, borse, la via è piacevole e vale la pena cercare nelle traverse laterali un albergo senza pretese. Lo troviamo infatti in un hutong meno illuminato dalla ribalta, inoltre siamo ad un piano alto ed abbiamo una buona visuale sui cortili che ci circondano e Pechino by night, che vista così non sembra granchè. Il ragazzo al banco è sveglio, ci dà una tripla con bagno ad un buon prezzo visto che gliela chiediamo già per tre giorni.
Ritemprati dal meritato riposo, di buon ora ci incamminiamo verso la Città Proibita. Prima di entrare decidiamo di fare un pranzetto volante, in una bettola a qualche centinaio di metri dall'ingresso nord. Ordiniamo chiken noodles e due terribili carpe ricoperte di peperoncini piccanti; Luca tenta di finire il famigerato pesce ma deve desistere all'insorgere delle prime allucinazioni. In parte rinvigoriti dal pasto, affrontiamo la calca ed entriamo nel maestoso complesso, nella dimora dell'imperatore. E' un' estesa cittadella fortificata attorniata da un largo fossato, in cui predominano i rossi delle pareti e i gialli ocra dei tetti di tegole. Tentiamo di orientarci senza la piantina, lasciandoci guidare dalla curiosità o solo sfuggendo i raggruppamenti di folla. C'è da perdersi nel susseguirsi di vasti cortili e costruzioni laterali, grosse vasche di bronzo per le abluzioni, metallo fuso in aironi e draghi, piante secolari avvinghiate al selciato, le decorazioni imperiali che si stagliano contro la capitale moderna. Raggiungere la porta sud è una piacevole impresa. Dopo un ultimo filare di alberi e venditori ambulanti, varchiamo la soglia e ci troviamo sulla sconfinata piazza Tienanmen; sopra di noi, il famoso ritratto di Mao che osserva sereno il traffico e la piazza, si sgomita per fotografarcisi sotto, la guardia annoiata fissa impassibile il nulla. Il caldo è ora insopportabile, c'è un chioschetto che vende esclusivamente bibite calde (ci chiediamo quale sia l'iter burocratico o gli agganci per aprire l'unico chiosco in piazza Tienanmen, e poi non avere un frigo, c'è qualcosa di inspiegabile in tutto ciò). Gli edifici che sorgono in mezzo alla distesa la spezzano, rendendola impossibile da cogliere nel suo insieme. Ciononostante la attraversiamo per metà, e tagliamo a ovest verso "l'occhio", il Teatro nazionale dell'Opera, una imponente bolla di vetro e acciaio che emerge da un lago artificiale, con un futuristico ingresso subacqueo. Sulle pareti della fragile cupola, gli operai che lavano le finestre sembrano insetti intrappolati su una goccia di resina. Sulla strada del ritorno, Luca va a vedere il bizzarro edificio della televisione nazionale, mentre io ed Ale torniamo verso la tranquilla Hengshan, ma uno sbaglio di interpretazione della mappa ci fa vagare per un po' fra gli hutong senza nome, scorci di cortili stretti e di vecchi in canottiera e ciabatte, tricicli, ventagli e cani di piccola taglia, quasi sempre pechinesi o volpini. Una signora anziana canta in bicicletta, da un antro oscuro fradicio d'umidità arrivano voci concitate e profumo di soffritto. Luca si era ripromesso di scherzare a raccogliere ortiche per le strade di Pechino, in onore a Battiato, ma maggio è passato da mesi e non ne abbiamo trovate. Il giorno seguente, mentre gli altri continuano il tour classico andando a vedere la Grande Muraglia e le tombe Ming, io decido di proseguire dal lato meridionale di piazza Tienanmen fino al Tempio del Cielo. Il tragitto inizia da un largo viale pedonale attraversato da una monorotaia, ai lati boutiques dall'aria squadrata e pretenziosa. Un'arteria commerciale senz'anima che si perde in negozi sempre più anonimi, fino ad incrociare una trafficato stradone ad otto corsie. La camminata si prospetta non facile, le distanze a piedi iniziano a farsi sentire, soprattutto per l'afa implacabile. Cerco la direzione ad occhio, e dopo un po' mi imbatto finalmente nella cinta muraria del Tempio del Cielo. Si paga un ragionevole ingresso, e il parco all'interno mi consente una confortante pausa per rinfrescarmi dalla calura pechinese. Il tempo appena di asciugarmi, e vengo invitato da dei locali a giocare con un fresbee morbido che si prende con la testa e a palleggiare con una specie di volano: lo fanno tutti, bambini ed anziani compresi. Mi piacciono i vecchi cinesi, amano tenersi allenati e non si sentono ridicoli mentre fanno sport e si divertono. Il tempio in sè consiste in un insieme di edifici taoisti, dai simbolici tetti blu, in cui l'imperatore nel solstizio d'inverno veniva, seguito dalla corte, a pregare per il raccolto e per altri rituali astrologici. Basta sedersi su una gradinata all'ombra e stare ad osservare, le volte spioventi che osservano i secoli passare, due ragazzine giocano con il cellulare come ovunque altrove nel mondo, i padri di famiglia immortalano mogli e figlioletti con ogni scorcio possibile. Turisti frettolosi come noi, che portano a casa qualche ricordo e gigabyte di foto digitali. Dopo il Tempio proseguo verso il Mercato delle Perle, che a parte il nome altisonante, si rivela essere un palazzone con la merce suddivisa per piano, dove i singoli negozianti vendono al dettaglio elettronoca, abbigliamento, paccottiglie vari e perle.
Ora siamo nella stazione dei pullman ad attendere il bus con cuccette che ci porterà a Shangai.

Shangai

Il pulmann sembrava l'astronave di Avatar. Dopo 17 ore di loculi criogenici, con l'immancabile grassone che russava come un grizzly, siamo stati scaraventati nell'afa terrificante dell'autostazione di Shangai. La veloce metro ci porta nel nostro ostello nella Concessione Francese, il "Le Tour Traveler's Rest Youth Hostel" al 319 di Jaouzhou Rd, carino e pulito, in fondo ad un caratteristico lilòng. Dopo un pasto ipercalorico vicino alla metro, ci concediamo un pisolino per riprendere le forze, per poi ributtarci nella follia collettiva dell'iperattivo Bund. Con la metro scendiamo a People Square e percorriamo Nanjing Rd., un'affollata via pedonale fiammeggiante di neon, grattacieli, trenini per turisti, venditori di orologi, panorami verticali di ledwall. Beviamo una Xingtao per rinfrescarci, pur essendo sera la temperatura non scende sotto i 40 gradi, e l'umidità sfiora il massimo. Arriviamo fino allo spiazzo panoramico sul fiume Huangpu , da cui si vede il Pudong in tutta la sua magnificenza, grattacieli bizzarri davanti a cui passano battelli alti come palazzi di neon galleggianti. La calca in alcuni punti è opprimente, ci abbiamo fatto un po' il callo, riprendiamo la metro e usciamo dall'altra parte del fiume, nel cuore della Manhattan di Shangai, i palazzi illuminati ci sovrastano per centinaia di metri. Dopo le foto di rito cerchiamo di salire sul Financial Centre, ma si pagano 150 yuan solo per accedere alla piattaforma di osservazione, dopo una coda interminabile. Optiamo per la più attraente Jin Mao Tower, che all'87esimo piano ospita il Cloud Bar. Per arrivarci bisogna cambiare tre ascensori veloci come razzi, indirizzati da cortesi inservienti al piano. La visione di tutta la città dall'alto e l'atmosfera rilassata, valgono i 90 yuan del cocktail, tra l'altro un long island fatto a regola d'arte. La cameriera, impeccabile e cortese, dietro nostra richiesta su quale sia la zona della città in cui trovare un po' di vita notturna, ci indica Heng Shan Rd. Il taxi ci porta per 30 yuan, e fra locali e discoteche varie facciamo mattina. Qui senz'altro ci avviciniamo a standard occidentali, anche per quanto riguarda i prezzi; ma ne vale la pena, dopo tante settimane di ritiro spirituale nelle province più remote. Numerosi i poliziotti e le guardie private che vegliano sui ragazzotti brilli e le amichette che ballano.

Shangai - Expo 2010

La visita all'Expo di Shangai è un'esperienza che vale tutti i 160 yuan dell'ingresso. La nuova Cina mostra il suo volto più efficiente e protagonista del futuro, con una struttura imponente e ben organizzata. La calca, soprattutto nel padiglione cinese, è ovviamente onnipresente, frequenti navette si spostano rapide fra un padiglione e l'altro, scorrono i continenti e le costruzioni bizzarre delle singole nazioni. Dopo un salto nello spazio neozelandese, facciamo uno speziato pasto nel padiglione indonesiano e andiamo verso la zona europea. Per accedere al cubo di vetro-cemento italiano c'è una coda mostruosa. Dopo dieci minuti di spintoni e afrori sudaticci, un cuoco dello stand, fuori a fumarsi una sigaretta, ci fa: "Ma che state affà, la fila coi cinesi?" Saltata la fila, entriamo con lui e dobbiamo ammettere che dentro è molto meglio di quanto appaia fuori. Una parete con un'intera orchestra verticale, su un'altra vestiti d'alta moda. In una stanza, un ulivo centenario sembra emergere dal pavimento spaccando i tasselli del parquet. Per il resto, è un po' un susseguirsi di luoghi comuni (pasta, vino, Ferrari), più una vergognosa esposizione di plasticacce di Alessi & Co. Una scala mobile entra in una sezione di cartongesso della cupola del Duomo di Firenze. In cima, l'aroma del ristorante ci provoca una struggente nostalgia di casa, dopo settimane di riso, porcherie piccanti e hamburger per tamponare lo stomaco. Dopo quest'ondata di emozioni italiche, ci dirigiamo allo spettacolare riccio inglese, di cui ogni spina di resina trasparente custodisce in punta il seme di una pianta diversa, e sono migliaia, luminosi fili di vita. Memori della recente esperienza di coda, ci dirigiamo verso l'ingresso per i britannici, prendo da parte il tipo e gli dico "scusa, non sono inglese, ma ti pare che posso fare una coda simile? Lui concorda e impietosito ci fa passare. Dopo aver ammirato e plurifotografato la foresta di semi, usciamo a riposarci sulla moquette grigia che circonda l'edificio, dove veniamo simpaticamente assaliti da due standiste scatenate ed oversize che, armate di fischietto, ci fanno ballare con loro ecc. I locali ci osservano un po' allibiti. La giornata volge al tramonto, ci uniamo alla fiumana umana che si dirige alla metro per tornare a casa. Quando usciamo alla nostra fermata, Jing An Temple, una pioggia torrenziale ci costringe a correre in ostello e rimanerci.

Hong Kong

Aereo per Shenzen, città appena oltreconfine per accedere a HK. Raggiungiamo comodamente il terminal 2 del Hong Piao Airport con la linea 2 della metro, la nostra. L'aereo ora sta partendo senza ritardo. Ci stacchiamo da terra, l'inclinazione innaturale del decollo non mi vede tra i suoi fan, ostentare sicurezza anche di fronte alle turbolenze più squassanti. Locuzioni come "cedimento strutturale" mi tengono impegnato durante il volo, come mantra negativi. Arriviamo fino a HK senza problemi, Simon ci chiede come sia andato il viaggio, ci riserva due monoloculi dei suoi dove sistemiamo i bagagli per il viaggio finale verso l'Italia. (Quelli che, in viaggio, stanno in hotel a leggere sulla Lonely quello che potrebbero fare se non stessero leggendo la Lonely. Questo popolo, perlopiù, segue lo stesso tragitto, ha poco da raccontarsi perchè han fatto tutti le stesse cose.) In serata saliamo fino al The Peak con il tram che si inerpica lungo un cavo dalla pendenza impressionante; la vista da sopra è spettacolare, ci concediamo una birretta e delle polpette di granchio (una porzione in tre, visto che i liquidi iniziano a scarseggiare). Il ritorno, per tale motivo, ce lo facciamo con una lunga passeggiata nel buio dei boschetti che circondano la collina, fra sentieri di alberi attraverso le cui fronde si stagliano le torri luminose e l'immensa baia. Arriviamo alla base sudati ma soddisfatti, per poi buttarci a capofitto nell'ultima folle notte in questa elettrizzante megalopoli orientale.

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Diari di viaggio: "Lambratesi alle Filippine "

Manila

Arrivo a Manila dopo un volo di un paio d'ore da Hong Kong. Siccome ho parecchia stanchezza sulle spalle, decido di pernottare in città, per poi buttarmi l'indomani alla scoperta delle isole. Fra i diversi ostelli, scelgo il Red Carabao (2819 Felix Huertas street, traversa di Aurora Boulevard, quartiere Santa Cruz, fermata metro Abad Santos). E' un palazzetto bianco, di cui l'ostello occupa la reception ed un paio di piani. E' molto curato ed inserito in un contesto popolare, lontano dalla asettiche Makati o Malate. In strada, galli da combattimento legati ai pali, bambini lavati sul marciapiede con dei cannelli, lamiere, jeepneys e tricicli a gogo, curiosità nei miei confronti; non devono vedere molti backpackers da queste parti. Essendo luglio, qui è bassa stagione, e l'ostello è praticamente vuoto, a parte me e tre ragazzi spagnoli; motivo per cui mi viene data un'intera camerata con quattro letti al prezzo di una branda (270 pp = 4,80 €). L'accoglienza è benevola, il ragazzo parla bene inglese. Dopo una sacrosanta doccia, mentre ancora vago con l'asciugamano, vengo invitato dai tre spagnoli (Jorge, Jesus e Paul) ad uscire a cena con loro. In effetti l'idea di girare da solo nella notte di Manila non è molto allettante, per cui decido di buon grado di unirmi a loro. Chiediamo qualche dritta al ragazzo dell'ostello, sembra sufficientemente sveglio per capire che con nightlife non intendiamo un bowling; ci indirizza verso una zona di locali (Timog Avenue), fra cui c'è il Barrakz. Arriviamo sul presto, i locali sono ancora vuoti e decidiamo di mangiare qualcosa; fortunatamente gli spagnoli hanno un budget limitato come me, per cui dopo aver dato un'occhiata a diversi menù esposti fuori dai ristoranti, ci fermiamo in una ludreria che griglia carne sul marciapiede, e ci abboffiamo di pollo, maiale e San Miguel (che diventerà una fedele compagna per tutta la vacanza). Mentre mangiamo troviamo il tempo di scambiare due chiacchiere con Kim e Marisa, e il conto è onesto (500 pp a testa = 8,80 €). Sul marciapiede iniziano a sciamare gruppi di giovani, la vita notturna si va animando, per cui con un rutto ci alziamo da tavola e ci dirigiamo verso il Barrakz che ora è pieno. Musica dal vivo, gente che balla, riescono anche a farmi un Cuba Libre degno di questo nome. Visitiamo anche qualche altro locale, e con l'intento di non fare troppo tardi ci troviamo alle 4:30 di mattina, alticci, a mangiare una pizza lì vicino per poi farci portare in ostello da un taxi. Prima del meritato sonno li saluto, loro in mattinata vanno a recuperare un amico in aeroporto e poi si avvieranno verso sud per andare a fare surf da qualche parte rinomata fra i patiti della tavola.

Verso Sabang

Mi sveglio con una sguarella da sbornia tropicale. Sgrammo un po' di orange juice dal frigo comune, una doccia e poi preparo lo zaino, la voglia di arrivare al mare si è fatta imponente e non voglio perdere tempo. Prendo la metro, all'ingresso di ogni fermata i poliziotti fanno una superficiale controllo, vorrebbero che aprissi lo zaino, in italiano gli dico "ascolta, ma ti pare che mò tiro fuori venti chili di roba, dai mettiti a posto"; capiscono il senso, mi sorridono e mi dicono di passare pure. I vagoni sono gremiti oltre il credibile, mi infilo non so come in un pertugio trovando spazio anche per lo zaino; dopo qualche fermata mi accorgo di aver lasciato le scarpe in ostello (bisogna toglierle all'ingresso dei piani) per cui bestemmiando fra i denti torno indietro a recuperarle. Triciclo fino all'ostello dalla stazione della metro e ritorno 40pp. Riprendo quindi la metropolitana, che corre soprelevata per tutta la città, la guardo dai finestrini, baracche fetide e grattacieli moderni, palazzoni fatiscenti e case coloniali stupende. Non sembra una metropoli asiatica; le croci sulle chiese, il nostro alfabeto e le stesse facce della gente la rendono più simile ad una città sudamericana. Sulla metro sono l'unico occidentale in un mare di filippini, e continua a salire gente, tanto che ad alcune fermate, trovandomi vicino alla porta, protesto tentando di impedire che salga altra gente, visto che più di così non è umanamente possibile comprimersi. Loro mi guardano come un folle, sorridono e si accalcano senza problemi; essendo alto una spanna più della media vedo centinaia di occhi rivolti verso di me, ormai mi sono arreso a questo pogo senza musica. Dopo un po' arrivo alla fermata di Gil Puyol, dove c'è la stazione dei pulmann, prendo un biglietto per Batangas, la città sulla costa da cui partono i traghetti. Il bus mi costa 177 pp. Il cielo ora è coperto, inizia a piovigginare, qui è la stagione delle piogge e temo di vedere poco sole in questa vacanza (impressione che però sarà fortunatamente smentita, visto che pioverà tutti i giorni ma solo dalle cinque del pomeriggio in poi). Dal fondo del pullman arriva il chicchirichì di un gallo, deve essere chiuso in qualche scatola, i filippini hanno una passione smodata per i combattimenti fra questi animali e se ne trovano ovunque. Ad ogni fermata salgono venditori vari, che rimbalzo tutti gentilmente visto che ho già provviste per il viaggio, che dura circa un'oretta. Vendono noccioline, ciciarones (pelle di porco fritta), uova di qualglia, bevande. Dopo qualche minuto di pioggia a dirotto, torna il sereno, e arriviamo finalmente al porto di Batangas. Tento di prelevare ma il bancomat non funziona, per cui sono costretto a tornare in città con un triciclo per recuperare dei contanti. Di nuovo al porto, vengo preso di mira dai vari procacciatori che snocciolano destinazioni tutte a me ignote; Puerto Galera, Sabang, e chi le conosce? Sono giunto nelle Filippine totalmente impreparato, con solo una mappa del Paese staccata dal giornale di bordo delle Philippines Airlines (tra l'altro, a tutte le aviolinee filippine sono stati interdetti gli scali europei perchè non garantiscono gli standard di sicurezza, per cui si può immaginare con quanto ottimismo uno ci salga sopra; in realtà poi il volo mi è sembrato normalissimo). Insomma, sono lì spaesato non sapendo dove andare, infine scelgo a caso: Sabang. Il biglietto, tra permessi e supercazzole varie, mi costa 300 pp. Sul traghetto c'è poca gente, qualche filippino e un ragazzo occidentale con un'ingombrante attrezzatura da sub. Mi stendo comodamente a poppa su una panca, usando il mio tappeto turco come stuoia ed un giubbotto salvagente come cuscino; il sole splende, il mare è pulito e mi sento alla grande. L'occidentale dà segni di soffrire il mare, e siccome sta a prua gli consiglio di venire indietro, per evitare di saltare come un cowboy al rodeo. Lui mi dice che va bene lì, che il suo antiemetico è la San Miguel ed infatti dopo un po' sta meglio. Ne approfitto per fare due chiacchiere; lui si chiama Philip, è polacco e si è trasferito a vivere lì per fare l'istruttore di sub. Fra le altre cose, gli chiedo se conosce un buon posto per alloggiare, e lui mi consiglia il Sha-Che Inn, proprio sopra al suo negozio di sub, il Sea Rider. Arrivati al porto ci salutiamo, lui abita da un'altra parte, con l'intenzione di rivederci. Il Sha-Che Inn si trova a circa dieci minuti a piedi dal porto, direzione Big Laguna, ed è in posizione un po' defilata rispetto al centro del paese, che di sera si anima (così dice Phil) ed è difficile dormire. Infatti, sulla strada che mi porta all'alloggio che mi ha consigliato ci sono diversi locali, credevo di dover passare le serate a contare i granelli di sabbia. Il Sha-Che Inn (grazie ancora amico polacco) si rivela perfetto: è un complesso di casette proprio di fronte al mare, ho a disposizione una casetta con bagno e cucina privati, il tutto pulito come solo una donna filippina sa fare. C'è anche l'aria condizionata, ma io la detesto, per fortuna c'è anche un bel ventilatore a muro che subito accendo, anche se la temperatura già non è male. Il prezzo è ridicolo, 800 pp (14 euro) al giorno, più sconto alla fine se mi fermo un po'. I gestori sono una famiglia filippina molto cordiale, mi sento subito a mio agio. Dopo una doccia, faccio un giretto per il paese visto che per fare il bagno è tardi; molti bar con biliardo (che adoro), resort, negozietti, qualche discoteca. Non male, mi aspettavo una cittadina fantasma; cena a "La Dusserdorf", una pizzeria tedesca alle Filippine è un'esperienza da provare. Mangio una pizza sopra le aspettative (il mio stomaco era stanco di filippinate). Passo la cena ad osservare i gechi sulle pareti che si abboffano di stupide farfalline, che gli si appoggiano direttamente in bocca. Mi ero dato appuntamento con Philip al Broadway, ma vado direttamente a letto anche se sono le nove.

Mi sono svegliato che non era neanche l'alba, finalmente riposato e pieno di energie; l'aria era fresca, il cielo sereno, solo qualche nuvola paffutella all'orizzonte. Sono andato a fare colazione in paese, ci hanno messo mezz'ora per farmi due fette di pane tostato e due uova al cereghino. Piano piano, qui i ritmi sono ben lontani dagli standard occidentali; anche se mi riesce difficile capire, visto che ero l'unico cliente, come sia possibile metterci mezz'ora per friggere due uova. Poi, sulla spiaggia, sono stato avvicinato da un barcaiolo, Roy, per andare a vedere le isole vicino. Non parlando lui inglese, mi ha mostrato un cartello con le destinazioni; in italiano gli ho detto "portami su una spiaggia dove non mi rompe le palle nessuno". Non capiva, gli ho detto let's go, dopo dieci minuti di barca oltre Coco Beach, ho visto il posto che faceva per me: una spiaggia bianca di circa 300 metri, desolata, senza nessuno, con un gruppo di palme che creavano una zona d'ombra che mi chiamava; gli ho detto di fermarsi lì. Mi ha fatto capire che lì non c'era niente: appunto! Dopo un paio d'ore a leggere, fare bagnetti e prendere il sole, però, mi stavo un po' annoiando, e nonostante la mia posizione seminascosta è sopraggiunto un altro barcaiolo a recuperarmi, Poldo, che diventerà il mio barcaiolo di fiducia perchè è simpatico, non mi stressa i maroni e parla bene inglese. Per 500 pp mi ha proposto Coral Garden e ritorno. Ci ho pensato un po' ed ho accettato. Per fortuna ho portato la maschera dall'Italia, anche se non è difficile nè costoso noleggiarne una in paese. Arriviamo e non resto deluso: è una parte della Big Laguna piena di coralli di tutti i colori, rosa, lilla, azzurri, alcuni giallo fosforescente. Poi svariate specie di pesci diversi, pesci ago, pesci pappagallo, pesci alti e pesci piatti (non ne conosco purtroppo il nome). E poi decine di stelle marine blu, e ancora le giant clams, delle specie di ostriche grosse come bidoni, tanto che ora che ci penso ne ho viste alcune in paese usate come lavandini. Poldo dice di non toccarle, sono pericolose perchè se ci infili la mano si chiudono di scatto, e rimani lì ad affogare come un fesso senza che neanche il Signore ti possa salvare da quella stretta mortale. Mentre vago meravigliato con la maschera, Poldo ha buttato l'ancora poco distante e mi aspetta pazientemente, anzi quando sono stanco mi dice di attaccarmi alle barre laterali della barca per portarmi in qualche altra zona della laguna. Quando sono in overdose di bellezze sottomarine, salgo in barca e ci dedichiamo un po' alla pesca, e recuperiamo qualche pescetto da zuppa. A ora di pranzo, mi ha invitato a casa sua per conoscere la sua famiglia, invito che ho accettato volentieri. Abita in un'isoletta lì vicino, in una casa di bambù in prossimità della foresta, con la sua giovane moglie (lui ha la mia età, 32 anni, e la moglie una ventina) e i suoi quattro figli, due dei quali avuti dalla moglie precedente (morta di epilessia, mi dice). La casa è veramente rustica ma pulita e ordinata, contornata da bouganville e convolvoli viola che crescono spontanei. Gli chiedo quanto costa costruire una casa così, e lui mi risponde abbastanza, 50.000 pp (circa 900 euro) escluso il terreno. Mangiamo riso ed il pesce che abbiamo pescato. Nel tardo pomeriggio, appena arrivato alla mia casetta, inizia a piovere a dirotto. Mi guardo allo specchio, nonostante il solare 30 sono rosso a chiazze per il sole preso, per cui mi cospargo di doposole e mi faccio un bel pisolino.

Decido di noleggiare una moto per girare un po' i dintorni; mi danno una motocross Honda con la solita cilindrata assurda, in questo caso 200. Rispetto alla mia sembra un giocattolo della Peg Perego, fatico un po'ad abituarmi alle sospensioni alte e al peso ridotto, ma poi mi diverto un sacco a guidarla, è un trattorino che si arrampica dappertutto. Il prezzo normale sarebbe 800 pp al giorno, ma grazie all'intercessione di Philip (il noleggiatore è suo amico) ne pago solo 300. Il casco è il solito cappello di polistirolo, e credo di essere l'unico dell'isola ad averlo. La strada verso Puerto Galera si snoda all'interno con scorci sul mare e, a parte qualche breve pezzo, è in buone condizioni. Passa attraverso boschi, piccoli paesini, capre e bambini in quantità, alcuni tratti sono molto pittoreschi e l'aria profuma di fiori. Sul tragitto, mi fermo a guardare un'alta cascata che sembra essere una delle attrazioni locali, in realtà non mi colpisce particolarmente, forse perchè ho avuto la fortuna di vederne di ben più imponenti. Arrivo a Puerto Galera, che risulta essere una cittadella un po' più grande di Sabang. Ne approfitto per mungere l'unico bancomat nel raggio di decine di chilometri. La vietta dei negozi offre poco di interessante, a parte qualche oggettino di legno e dei curiosi portamonete fatti con dei rospi imbalsamati; sono oggetti che producono le popolazioni dell'interno e che scambiano con beni che a loro mancano, come benzina e altro. Proseguo sulla strada fino a quando incontro lo svincolo che conduce al Ponderosa Golf Club, lo sterrato con cui ci si arriva è divertente da fare in motocross, sgaso come un cretino facendo le curve in derapata, qualche abitante delle rare case mi guarda incuriosito, saluto con un cenno della mano. Dal club si gode un panorama eccezionale di questa parte dell'arcipelago, in totale solitudine; infatti il guardiano, appreso che non era mia intenzione cimentarmi sul green, torna alle sue pigre occupazioni lasciandomi solo. Mi godo una sigaretta cercando di distinguere le varie isole, la visibilità è ottima e si può chiaramente distinguere Batangas all'orizzonte, con le nuvole che perennemente vi stazionano sopra. Mi rimetto in sella ed in breve arrivo a White Beach che, pur essendo bella, non sembra niente di particolare, anche perchè le nuvole che erano all'orizzonte mi hanno raggiunto e dopo poco inizia a piovere a dirotto; al bar sono, fra i pochi presenti, l'unico occidentale, e puntuali come le bollette arrivano vari venditori a propormi le loro inutili mercanzie: bracciali, collane di perle, cerbottane. Declino gentilmente le loro offerte, loro insistono un po' ma senza speranza, hanno capito che non mi venderanno niente ma tentano comunque di contrattare per dovere. Aspetto rassegnato che smetta di piovere, sorseggiando la mia San Miguel ghiacciata; ma il cielo plumbeo in tutte le direzioni non lascia spazio alla speranza, per cui dopo un po' mi metto in moto e parto lo stesso. Per fortuna ho portato un poncho impermeabile. A dire il vero la pioggia è fresca e toglie l'afa, non dico che sia piacevole ma neanche da farne un dramma; più che altro è molto impegnativo guidare una moto così alta e leggera sul bagnato, ma vado con calma ed arrivo tranquillamente a Sabang, anche se sono da strizzare. Dopo aver riconsegnato la moto, vado a casa a farmi una doccia (calda) ed un pisolino. Mi cucino una mezza chilata di gamberi che mi sono comprato e finisco la serata giocando a biliardo al Big Apple Bar, pettinando un paio di idioti. That's all, folks!

Mi sveglio alle 7, come tutti i giorni ormai. I miei pigri ritmi milanesi sono un ricordo, mi piace alzarmi quando sorge il sole e l'aria è frizzante, anche perchè durante il tardo pomeriggio piove sempre (è la stagione delle piogge) e le spiagge assolate sono godibili solo fino ad una certa ora. Al porto recupero un passaggio in moto fino a Coral Cove, una baia di cui mi hanno parlato molto bene. La delusione, quando arrivo, è grande: la riva è un monnezzaio, l'acqua è torbida. Quattro ragazzi filippini stanno a ciondolare sotto un chiosco, mi verrebbe voglia di dir loro di darsi da fare e dare una pulita, che in mezza giornata la si può sistemare. Perchè il filippino ha questo vizio, che è anche un po' italiano: fa niente se fuori c'è il lurido e i topi che scorrazzano, basta che le piastrelle di casa siano lucide come specchi. Stendo il mio tappeto turco in un angolo di spiaggia meno schifoso degli altri, anche se lo scenario è desolante; fa male al cuore vedere quanto è bella questa spiaggia e quanto le "persone" ne abbiano fatto scempio. Mentre giro tra gli scogli per passare il tempo, catturo un granchio peloso con la testa delle dimensioni di un pugno di Tyson. Gli lego le grosse chele con uno spago e gli dò un nome: Freddy. Lo stuzzico un po' ma sembra narcotizzato dalla prigionia, per cui non infierisco e dopo un po' lo libero. Sono amareggiato dalla sozzura, e quando il noleggiatore di moto torna a prendermi gli dico "Ma in che cazzo di posto mi hai portato?". Mi elenca una serie di scuse che non capisco e che francamente mi interessano poco. A pranzo, per consolarmi, mi cucino salsicce e patate fritte. Poi, invece della solita pennichella pomeridiana, prendo il senitero che va ad ovest del paese, e dove finisce mi incammino sulle rocce; camminarci con le ciabatte è difficile, rischio fratture scomposte ogni tre passi. Ma ne vale la pena: dopo un po' arrivo ad una spiaggia lunga una ventina di metri, stupenda, pulita ed inaccessibile. Alle spalle mucchi di coralli portati a riva dalla marea, che ogni tanto franano su sè stessi con lo stesso rumore del vetro infranto. Dopo aver preso un po' di sole, mi dedico allo snorkeling, prendendomi una rivincita su Coral Cove. Mi stupisco di quante forme la vita possa assumere nella barriera corallina: conto sei diversi tipi di stelle marine (alcune molto bizzarre), una ventina di varietà di corallo e una quantità di pesci differenti. La frase del giorno è "la felicità procede per sottrazioni successive", infatti posso passare ore sulla spiaggia a fare niente senza annoiarmi. Ora è quasi sera e, tanto per cambiare, piove; ma io sono già sotto il mio portico, a guardare il mare ed a pensare che mi fermerò un altro giorno, ed una altro ancora, e così via. E chi si muove? Ma chi m'ammazza, qui al riparo con la mia San Miguel? "Il pleut des voix de femmes comme si elles étaiant mortes même dans le souvenir." Stasera ho il torneo di biliardo al Big Apple, per cui vado a prepararmi psicologicamente (dormendo).
P.S. Ho detto a Philip: "Questo è il classico posto dove vieni per stare due giorni, e poi ti fermi per due settimane". Lui si è messo a ridere e mi ha risposto: "A me lo dici? Io son venuto per stare due settimane e son qui da due anni!"

Il torneo di biliardo, ieri sera, è andato di merda, mi hanno eliminato al secondo turno. Sarà stato anche perchè, prima di cena, sono passato dal negozietto di Philip e ci siamo bevuti un litro a testa di Tamburay e succo di mango. Non avendo dormito nel pomeriggio, dopo cena (il peggior hamburger della mia vita, al Big Apple) ho avuto un collasso di sonno. Però non me la sono sentita di abbandonare l'allegra compagnia (Philip col team del Sea Riders), per cui li ho seguiti al Broadway per una scarica di San Miguel e qualche altra partita a biliardo. Sul palco il solito trio di smandrappone che esegue successi internazionali. Un uomo, un occidentale sulla sessantina e rotti, è diventato all'istante il mio idolo: ballava come un pazzo con un pezzo di fi..gliuola, senza volgarità, pieno solo di gioia di vivere. Ho pensato ai vecchi italiani, pieni solo di astio e di lamentele. Bisognerebbe organizzare dei voli charter e paracadutarli qua. Oggi mi sono avventurato con Philip nella mia prima lezione di sub; la prima lezione costa 2000 pp, l'intero brevetto Padi 14000. La cosa più difficile è stato usare le pinne, non sono abituato e mi sembrava di essere un mongoloide. Dopo una breve intro fra valvole e decompressioni, ci siamo allontanati dalla riva e senza neanche accorgermene siamo arrivati a 20 metri di profondità. In apnea, al massimo sono arrivato a 4-5 metri, per cui guardare in alto e vedere le sfaccettature della superficie così distante mi ha fatto una certa impressione. Ma ormai avevo preso confidenza con bombola e pinne e andavo spedito come un treno, tanto che Philip mi ha chiesto di andare più piano. Ma io ero come un bambino e seguivo ogni pesce strano che vedevo. Dopo la lezione, sono andato alla mia spiaggetta privata, questa volta però ben organizzato: scarpette per gli scogli e borsa impermeabile per la roba. Sono così riuscito a raggiungere un anfratto ancora più isolato e incantevole di quello di ieri, un po' saltando fra gli scogli ed un po' nuotando. I barcaioli passano e mi salutano da lontano, saluto e sorrido loro, tutti sorridono in questo arcipelago.

Le giornate scorrono serene, senza fretta, pilipino-time. Ormai la mia combriccola me la sono fatta, non sento la necessità di migrare altrove, qui ho tutto quello che mi serve. Mi diverto un sacco con Philip, che tra l'altro ogni tanto manda una sigaretta condita con leggera erbetta locale. Oggi abbiamo noleggiato due moto e siamo andati a White Beach, io lui Kathy e Trixie. Quanto mi diverto con ste monocilindriche, sgaso come un tabbozzo della Barona (Do you know Valentino Rossi? I teached him how to drive the motorbike). La spiaggia mi sembrava più bella dell'altra volta, forse per via del cielo sereno e dell'allegra compagnia. Abbiamo raggiunto una zona isolata e steso il mio tappeto sotto un albero, una zingarata alla grande. Dal ristorante italiano "La Vela" ci siamo fatti portare un piatto misto di pesce (725 pesos e faceva veramente cagare, non si salvava neanche una vongola, in più le cameriere erano degli inquietanti ladyboy). Anche lo snorkeling non ci ha regalato grosse soddisfazioni, ma nel complesso la giornata è stata divertente. Al ritorno ci siamo beccati la solita pioggia serale, e poi cenone a base di pasta (in mio onore) a casa di Philip, preparata dalla sua ragazza Kathy. Devo dire che, nonostante i miei funesti presagi, mi ha stupito cucinando un ottima pasta, cotta giusta e con un sughetto misterioso ma veramente gustoso.

Il venditore filippino non è insistente come altri asiatici, ma se volete liberarvene ci sono alcuni accorgimenti. Dirgli "No, thank you" è solo un invito ad insistere. Provate con "Hindi salamat", cioè no grazie in tagalog. Se questo non li fa desistere, dategli una lunga risposta in italiano (ad esempio: "Ma se ti dico che me ne hai fracassato tre quarti, ti allontani prima che io sia costretto a denigrarti pubblicamente e a buttare le tue cianfrusaglie nella sabbia?"). Questo di solito li lascia disorientati e voi potete tornare tranquillamente alle vostre occupazioni. So che sembra brutale, ma se si è gli unici occidentali sulla spiaggia si diventa una facile preda e dopo un po' la pazienza finisce, uno ha anche il diritto che non gli rompano le palle ogni tre minuti.

Le emozioni più belle, quelle che ti lasciano senza fiato, sono quelle inaspettate. Ti lasciano disarmato, rimani lì a ridere da solo. Ma procediamo per ordine. Mi sono svegliato presto, senza sapere cosa fare. Sono sceso in spiaggia e ho beccato uno dei ragazzi del Sea Riders, quello che sembra Jackie Chan abbronzato. Gli ho chiesto dove fosse possibile comprare un po' di roba per pescare, mi ha mandato da L.A.Hardware, una ferramenta giù in paese. Ho preso una lenza, tre piombi ed una decina di ami, ed al mercato ho preso un paio di pesci da tagliare come esche. Poi sono andato ai miei scogli preferito, sulla strada per Coco Beach, non prima di essermi procurato un lungo bastone da usare come canna ed un corallo ad L con la funzione di rudimentale mulinello. Neanche il tempo di buttare l'esca, ed è arrivato un barcaiolo rompipalle a dirmi che lì non c'era pesce. Certo, solo se ti noleggio la barca mi porti nel posto giusto vero? Gli ho detto che il pesce non c'era perchè mi stava col motore acceso a tre metri dalla lenza, e l'ho invitato gentilmente ad andare a cagare. Infatti, appena se n'è andato, cambio l'esca e ributto in mare la lenza, e tiro subito su un pesce non male. Galvanizzato, son stato lì un'altra ora ma non ho tirato su niente. Ma non mi sono demoralizzato, il mio intento era di rilassarmi senza stare proprio con le mani in mano. Dopo un po' ho deciso di scendere in acqua con la lenza e la maschera, ed ho preso un pesce di dimensioni ridicole; è stato più lo sbattimento di portarlo allo scoglio che altro, ma ho deciso di tenerlo perchè aveva dei colori bellissimi e veniva comunque buono per la zuppa. Quando sono sceso di nuovo in acqua, ho avuto l'incontro della giornata. Mi sembrava che ci fosse uno scoglio che si muoveva. Mi sono avvicinato e ho visto che era una tartaruga lunga quasi un metro, che nuotava placidamente vicino a me. L'ho seguita in preda all'estasi, son cose che se non le vedi non puoi capire. Nuotava lentamente, girandosi ogni tanto verso di me per capire se potevo essere un pericolo; ma in me c'era solo amore, una specie di ammirazione incondizionata di fronte ad una tale meraviglia della natura. Ogni tanto si appoggiava immobile sul fondo, guardandomi e brucando qualcosa, forse dei coralli, e poi tornava a muoversi. L'ho seguita per un bel po', ma ha iniziato a dirigersi al largo ed avevo paura di essere trascinato fuori dalla corrente. Tornando allo scoglio ne ho vista un'altra più piccola, scura con delle macchie gialle. Che belle, lanciavo bolle di gioia attraverso il boccaglio. Il bottino della pesca è stato abbastanza magro, tre pesci, ma non importa, ne è valsa troppo la pena. La serata? Solita sbiliardata, questa volta con Paul, un inglese sempre alticcio che però con la stecca in mano non sbaglia un colpo, infatti a parte una partita che ho vinto, le altre mi ha pettinato. Sbiascica, ogni tanto devo annuire senza aver capito, ma è un tipo alla mano e passo una piacevole serata. C'è anche Philip, ma è con una ragazza e dopo un po' li perdo di vista.

I filippini hano una passione sfrenata per il karaoke (o, come lo chiamano qui, videoke). I testi delle canzoni scorrono su video che non c'entrano niente, per cui capita di dover cantare "I will always love you" mentre sotto c'è un filmato di vale tudo in cui si massacrano di botte. Se uscite, vi ritroverete a dover cantare anche voi, a meno di voler passare per un noiosone. Poco importa se si è stonati, tanto il filippino medio canta come un cane ubriaco con la prostatite. Poi non sperate che la musica vi aiuti; ad esempio, io ho chiesto di cantare "Wish you were here" dei Pink Floyd, e quando è partita la base mi si è gelato il sangue nelle vene: sembrava "fra Martino campanaro" fatto con la pianola Bontempi.

Giornata di sbattimenti, fine delle mie due settimane filippine passate nel magnifico Mindoro. Dopo un ultimo bagno fra i coralli di Sabang, mi imbuco per un pelo sul traghetto delle 11:30 per Batangas. Arrivo, e con qualche difficoltà (viaggio come passeggero su una mototaxi guidata da un pazzo) trovo un ATM (bancomat) che finalmente mi sforna dei soldi. Ed eccomi sul bus per Manila, sdraiato come un pascià sui posti in fondo. A Manila prima brutta sorpresa, cioè la metro è rotta e rimango mezzora in fila sulle scale della stazione di Gil Puyol. Quando finalmente la metro arriva, siamo pressati come bestiame, e per motivi a me ignoti si ferma cinque minuti in ogni stazione. I filippini sembrano accettare con rassegnazione, io bestemmio mentalmente tutti i santi del calendario, arriviamo ad Abad Santos che sono arrivato a Santo Stefano. Come se non bastasse, piove a secchiate. Poggiato la zaino in ostello, riprendo la metro fino a Gil Puyol, vicino a Makati, dove sembra esserci un po' di movida notturna. Fuori dalla stazione prendo un triciclo (praticamente una bmx con abitacolo annesso. Chiedo al conducente di portarmi dove c'è un po' di nightlife, e lui poverino sotto una pioggia battente mi porta ad Adriatico Street. Sarà per il tempaccio, ma di movida ce n'è ben poca, sembra Ascoli in un lunedì di Febbraio. Ma non demordo, dopo due braciole di maiale mi infilo da Bedrock; l'inizio è promettente, locale niente male abbastanza popolato, palchetto con rock band grintosa. Ordino il solito Cuba e faccio la mia song request: ovviamente "Wish you were here", per vedere come la fanno. Sono come quelli che assaggiano il Big Mac in tutto il mondo per vedere se davvero lo fanno uguale ovunque. Quando il chitarrista imbrocca le note giuste, mi diventa quasi barzotto, penso "ci siamo!" Ma la cantante, non capisco il motivo, lo interrompe e parte con "Dancing Queen", una pietosa merdata anni '80. Sdegnato e deluso, chiedo il conto; ho già le palle che girano come la ruota del Prater di Vienna, e la cameriera completa l'opera: 369 pp per un Cuba ignobile. Gli chiedo se è sicura, e lei dice di sì, perchè era un double rhum and coke, anche se a me sembrava una Coca macchiata. Dopo triciclate e metropolitanate varie, eccomi in ostello: domani è il mio compleanno ed alle 14:30 ho il volo per Hong Kong, dove incontrerò Luca ed Ale e ci lanceremo alla conquista dell'immensa Cina.

E' il mio compleanno, e sono nel terminal 2 dell'aeroporto di Manila in attesa del mio volo. Ho comprato gli ultimi patetici souvenir qua, ovviamente a prezzo triplicato. Prima ho pure sbagliato terminal, e quel bastardo di tassinaro voleva 200 pesos per fare 3 minuti di auto; gliene ho dati 100 con tutto il mio disprezzo. Gli ho pure chiesto se c'era da pagare una tassa per lasciare il Paese, e lui no, vai tranquillo: infatti ci son da pagare 750 pesos, per cui altro giro al bancomat ecc. Al check-in mi fanno levare pur le scarpe, non sapendo a quali mefitiche molecole vanno incontro. Alla fine mi fanno passare, nello zaino ho un abottiglia e un paio di accendini ma non se ne accorgono. L'aria condizionata mi sta uccidendo.

CONSIDERAZIONI FINALI

Le Filippine sono un Paese meraviglioso, fortunatamente ancora lontano dal turismo di massa pur avendo posti che nulla hanno da invidiare a mete più gettonate come la Thailandia. Sebbene non abbiano lo stesso spessore culturale, vantano dei paradisi naturali meravigliosi, splendide isole che soprattutto in bassa stagione (e la nostra estate lo è) possono essere esplorati senza il solito commercialista di Lodi intorno. I filippini sono cordiali e simpatici, sono ospitali e si prodigano perchè abbiate un bel ricordo del loro Paese. A parte alcune zone da evitare (il Mindanao, nell'estremo sud, è teatro di violenti scontri fra gli indipendentisti e l'esercito; e Manila, come tutte le grandi metropoli, che va affrontata con le dovute cautele), sono generalmente sicure, soprattutto le isole sono molto tranquille, a volte anche troppo. Ci sono più di 7000 isole da esplorare (è il secondo arcipelago al mondo dopo l'Indonesia). La nostra estate corrisponde alla loro stagione delle piogge, ma almeno dove sono stato io pioveva solo nel tardo pomeriggio ed ho avuto modo di abbronzarmi e di godere di tanto sole; anzi il Mindoro e le isole più interne sembrano abbastanza immuni dalle piogge, almeno così mi è stato detto. Il periodo migliore per visitarle va da marzo a giugno, ma anche a luglio non mi sono trovato per niente male. Per cui consiglio a tutti di andarci, vale senz'altro la pena passarci qualche settimana, magari saltando da un'isola all'altra, anche se sinceramente nella prima in cui sono stato mi son trovato talmente bene che da lì non mi son più mosso!

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Diari di viaggio: "Lambratesi in Sudafrica"

Intro: ho lasciato il testo inalterato.
Gli autori sono DAVIDE MARCO ANDREA LUCA - Agosto 2005

Pretoria

Oh Dio, ce la sentiamo. Siamo in Sudafrica; stasera abbiamo passeggiato sotto un cielo di stelle mai viste. Siamo partiti male, due bambini sull'aereo ci hanno tenuti svegli. La posizione fetale e le turbolenze hanno fatto il resto. Dopo un viaggio che sembrava interminabile, siamo arrivati a Johannesburg.

Dopo 1000 peripezie, vedi sbattimento bancomat e vari tassisti abusivi, arriviamo da Motibi il quale ci promette subito il mondo, si fa i cazzi suoi x circa 5 ore e alla fine ci trova un alloggio presso Mamy al costo di circa € 8,50 cadauno ma.. ci é andata di stralusso. La serata si é conclusa con una pizza da Jean Pierre, dichiarato culo di Pretoria, e subito innamorato di Marco e della tuta di Andrea.

Le cazzate della giornata: - Andre si sveglia alle 6 di mattina e tira un rosario di bestemmie ad alta voce con 2 mamme davanti; - Alle 4 di notte sull'aereo ci siamo alzati tutti per la caldazza e ci siamo ritrovati davanti ai cessi a sparare cazzate. siamo riusciti anche a farci riprendere da una tipa perchè parlavamo ad alta voce; - Andre ha portato nel bagaglio a mano una boccia di alcool con questa motivazione: se faccio una doccia, incendio il fondo per disinfettarlo; - Andiamo al bancomat per ritirare e tra le linque, oltre all'inglese, ci sono lo zulu e lo swazi.. - Ci accalappiano due individui usciti dall'aeroporto per portarci in qualche strano posto e Luca gli dice: "aspetta, adesso ritiriamo i soldi e poi ti chiamiamo"; - Abbiamo ingoldonato le valigie a Linate e lo zaino di Marco sembrava lo scudo di Goldrake; - In aereo eravamo in maglietta con un megacaldo e Luca dormiva con paraocchi, felpa e copertina sulle gambe;

Le case dei bianchi, compresa la nostra, sono recintate da filo spinato a bassa tensione, allarmate, con cani assetati di sangue.

Nelspruit

Nelson, mettiti a posto. 20 anni di galera non sono serviti a un cazzo. Abbiamo trovato una città in cui le etnie sono ancora nettamente separate; abbiamo avuto un approcio trasversale che ci ha portato, in un pomeriggio, a passare repentinamente da un lato all'altro della società. Ma andiamo per ordine:

Appena arrivati abbiamo subito notato i forti colori che contraddistinguono questa città da Pretoria; poi abbiamo notato che la zona che stavamo attraversando era popolata solo da gente di colore: neanche un bianco. Ci siamo fermati e abbiamo affrontato un mercato pieno di gente, con la sconsapevolezza ingenua dei turisti. A parte un incontro spiacevole con un tizio che ci ha abbaiato qualche insulto che non abbiamo capito, l'esperienza si é conclusa nella totale indifferenza della gente della zona. Dopo ci siamo mossi verso un altro quartiere che ci é sembrato essere la parte bianca di questa città. Siamo entrati in un locale: gli unici neri erano i camerieri, a riprova che i retaggi delle divisioni passate sono ancora presenti. Forse non basta cambiare le leggi per abbattere i muri, ci vuole un intervento + focalizzato all'integrazione, ci vorrebbe, forse, una spinta coercitiva all'iterazione...

Abbiamo passeggiato nella parte nera della città, per strada delle tipe con un telefono appoggiato su una cassetta fungevano da cabina telefonica. -Ieri, un tipo che abita vicino alla "nostra" villa ci ha consigliato un itinerario, che più o meno coincide con il nostro. Abbiamo quindi noleggiato una macchina: una Chico (Golf 1* modello) blu elettrico, con il volante a destra. Cauto l'impatto con la strada e la guida a sinistra. Ha guidato Andre da Pretoria a qui. - Rapidi accenni all'ambiente: passiamo da giornate molto calde a notti fredde, grossa escursione termica. Animali strani ancora non ne abbiamo visti, a parte molti tipi di uccelli. - Fortunatamente la guida ci ha indicato un ostello crasto: paghiamo 70 rand a notte (meno di 10 euro) e dormiamo con una coppia di inglesi taciturni. Ieri abbiamo passato la serata con Dominique, il tipo italo-franco-sudafricano che sta con la tipa dell'ostello. Ha tirato fuori un paio di borse d'erba, siamo stati a chiacchierare e gremare fino a tardi, e a giocare a biliardo. Lui é maestro di un par de arti marziali, ha provato un paio di mosse letali su Maio. Quante ghignate, si vede che di ospiti inglesi ecc. ne ha piene le palle, siamo arrivati noi italiani a tirare su il macello. Oggi andiamo con la Chico al Blyde River Canyon. Mentre scrivo, un uccello giallo canta su un banano. Che altro? Alla prox.

Nelspruit

Dopo la serata passata in compagnia di Dominik, ci svegliamo ancora in svarione e decidiamo di partire per il Blyde River Canyon ma, forse per colpa dello svarione di cui sopra, ci siamo ritrovati a "casa di Dio" che ci aspettava affacciato alla finestra di casa sua.

Le cazzate del giorno: - La finestra di Dio, la foresta di Dio, il puntello con Dio per le nostre richieste, la penitenza di Dio a piedi nudi, il vibratore di Dio (il pinnacolo) - Il primo animale che ci attraversa in tangenziale: non un coniglio, non un riccio... una scimmia - In questo mi dissocio: la prima tipa carina che Andre e Davide hanno lumato. La chiameremo canotta bianca ("Mamma che tettine, chissà com'é: tetta nera e capezzolo bianco") - Ieri sera io e Andre in camera con le due mummie inglesi sentiamo un rumore nettamente ambiguo.. fortunatamente Luca si stava solo lavando i denti. - Il canyon della riconciliazione bello ma corto... dovevamo fare un'escursione a cavallo. - Importante come cosa: abbiamo provato a distruggere un nido di termiti alto 1 metro ma non c'é stato verso, abbiamo provato a calci ma a malapena lo sbriciolavamo. - Andre: "Vorrei essere in una bidonville pettine (7 stelle).. ma sotto un'altra forma, non umana". La scusa è che ha bevuto un Cuba.

Lasciando Nelspruit

Ci siamo svegliati e fuori pioveva, proprio oggi che ci avviamo verso il Kruger. Cielo grigio plumbeo. Stanotte in stanza avevamo Chernobyil e una ragazza, una ricercatrice di Berlino che é qui per lavoro. Andrea ha rinunciato a diventare Robinson Crusoe e si é fatto la barba. Abbiamo poi lasciato il Funky Monkey e siamo in viaggio per il Kruger. Kruger Park: 3 facoceri per strada; gazzelline(capre); giraffa; zebre e impala; Rino!; antilopi zebrati con la gozza; elefanti; babbuini; leoni; coccodrillo; ippopotamo; gufo; iena; gnu.

Parco Kruger

Stiamo vagando per il Kruger alla ricerca di leoni e leopardi, che sono i due dei big 5 che ci mancano. Abbiamo appena visto una famiglia di elefanti che fa il bagno e un gruppetto di scimmie che sono venute a scroccarci pezzi di mela. Solo i felini predatori non si fanno vedere. Con questa caldazza sarà dura. Saremmo dovuti arrivare prima, stamattina Fulmine ci ha svegliato tardi. Fulmine é il nostro ostellante, ma ne parleremo dopo, ora siamo troppo occupati negli avvistamenti. Marco sta facendo il richiamo della leonessa zoccola e sterile. Sembra più una leonessa tranvaz.Perle: "Secondo me, se ci facciamo i cazzi nostri sulla principale il leone ci attraversa la strada". I pipistrelli me piacevano de più.

Darryl, il nostro ostellante, ci ha accolto con una pettinata di birra. Quindici anni fa ha mollato il colpo nello Yorkshire e si é trasferito qua. E' molto accogliente. Ieri sera siamo usciti con Richard, un piccolo nero scatenato del Malawi che ci ha portato a tazzare. Swaziland is different, là guardi le tipe e ti innamori, Luca is the Godfather, Davide mafioso, Marco bambino. Ci ha presentato tre baboons nel locale ma non ce la siamo sentita. If you sprinkle when you tinkle, be a sweetie, wipe the seatie.

Swaziland... is different

Dopo l'accappatoio e lo sbattimento frontiera (una giornata per fare duecento Km) siamo arrivati nella capitale. La Wild Fronteer é stata da delirio e ci ha salvato una sciura che si é scatenata in swazilandese. Ci ha rimandato indietro sulla giusta strada. Siamo scesi tra minatori e pastori (bella vita de merd) fino alla capitale che é un posto inutile. Vabbé andiamo a Manzini. Mixo's, ma a'rocaz stai? (grazie Darryl). Chiediamo a Tony Mafia dentro al Big Surprise Bottle Store e rimbalziamo di nuovo in città. E qui la quindicenne di ebano ci fa sballare Andre ("Oh ce l'ho duro, adesso glielo butto nel culo mentre lava il pavimento"). Dormiamo nella zozzeria e partiamo presto per Sodwana Bay, uno dei posti più belli del Sudafrica (mitica Lonely...mavaffanculo). Qui a Rabbinopoli per tutto devi pagare e pagare la tassa. Primo giorno di bagni e prima volta di Marco in un oceano.. Bella Prenotiamo l'escursione per lo snorkeling: "Avete le bombole?" - "No" "Il reef è a 10 metri, sapete andare in apnea?" - "No" "Ok allora facciamo un giro, avete la maschera e le pinne?" - "No, abbiamo la maschera ma non le pinne" "Vabbé, vi porto a vedere i delfini.."

- In assenza di fighe, siamo indecisi se flambare il culo di Luca o usare quello di Andre già pronto. - Dobbiamo importare in Sudafrica: 1) Rhum come Cristo comanda; 2) Materassi; 3) Lavandini col miscelatore. - Andre:"We want to sleep here...NOW!" Anche qui a Sodwana la topa latita, ma noi non perdiamo le speranze.

Questa mattina, dopo la lavanderia, siamo riusciti anche a lisciare i delfini (unico sbattimento della giornata). Al ristorante: "Do you want a Booeroswurst?" Questa è solo una delle figure di merda che ho fatto, ma con il mio inglese sono riuscito ad arrivare fino a qui sano e salvo. Tutto procede a meraviglia, le compere di oggetti locali anche ma sorge il problema: dove cazzo mettiamo tutta questa roba? La Chico non offre molto spazio, pensavamo di eliminare la ruota di scorta ma dopo vari tentativi abbiamo desistito; quindi passiamo il nostro tempo bevendo Cuba di merda e giocare a scopa d'assi come i pensionati di una bocciofila. Domani é il giorno di St Lucia; vedremo cosa ci riserva questo luogo misterioso. Non vediamo l'ora di abbandonare questo posto solo x il fatto che ad ogni richiesta da noi fatta, ci vengono subito addebitati sulla carta di credito di Maio 100R (one hundred cazzi).

Studiamo il lenzuolo, misurando a falangi la distanza dal Lesotho. Le strade per entrarci sono segnate a puntini. Ci sono zone che dovremo fare "in carena" (o "a uovo"), xché l'amico Fritz a Pretoria ci ha sconsigliato. Domattina andremo a vedere gli ippopotami e i coccodrilli. Luca se la sente: dopo il Lesotho propone il deserto! Ormai lo abbiamo perso.

Verso Durban

Stamattina siamo andati in gita in barca, sull'estuario del Black Umfolozi. Un coccodrillo ci é passato sotto la barca, varie famiglie di ippos pozzavano qua e là. Sulla strada per Durban, siamo stati fermati da uno sbirro con l'autovelox che voleva farci 700 cazzi di multa. Gli abbiamo detto che in Italia il limite é 150. Andrea:"Excuse me, today is possible to close the eyes?" Alla fine lo sbirro si é fatto mollare 120 cazzi sottobanco. Come in Italia, anche qui il motto nazionale é "Tengo famiglia".

Leaving Durban

Ascoltando Bob, su una highway che si snoda tra colline verdi e gialle, canne da zucchero e alberi della pioggia. Direzione Jeffrey's Bay, mecca dei surfisti. Everything's gonna be all right. Durban era troppo caorica. Abbiamo visitato il mercato indiano, niente di che, a parte un paio di "stregoni" che vendevano pelli e ossa di ogni genere per curarsi. Alla sera siamo andati in Morningside, la via pettinata dove tazzare. Dopo un paio di rimbalzi, siamo entrati di prepotenza in un locale, dove le cameriere ci hanno fatto sbavare. Con noi c'era anche Stefano, un viaggiatore solitario conosciuto in ostello. Dopo tre bonze di bianco, siamo tornati verso casa. Sotto c'era Sonya, la tenutaria del bordello, che ci ha proposto un par de ragazze. Non ce la siamo sentiti. Alla nostra sinistra, ora sull'autostrada, vediamo spiaggie spettacolari e deserto, ma siamo fermamente decisi a correre verso i pinguini.

East London

Dopo una macchinata, che ci ha scassato, attraverso Fezziland (il Transkei), siamo arrivati in questa cittadina sull'oceano. Fa freddo. Siamo in un ostello di surfisti, cioé il posto meno adatto a noi. Di fronte all'oceano, abbiamo anche una torretta di avvistamento. Ieri sera, dopo aver mangiato du spaghi al ristorante, siamo andati al Bucaneer, il locale più trendy di qua. Lì abbiamo ribeccato i camerieri del ristorante, un tipo ed una tipa, che ci hanno mandato degli shot di colluttorio, che abbiamo ricambiato. E' nata la simpatia, (Luca si é innamorato dopo che lei gliel'ha strisciata sul ginocchio) e i tipi ci hanno invitato a casa loro, immediatly. A fare che? A consumare, ognuno secondo le proprie preferenze. Fatto sta che siamo tornati dopo lo 3, 'tacci loro. Stasera al locale dovrebbe esserci un concerto, con relative fichette danzanti. Vedremo, male che vada ci ributtiamo a casa del tipo. - Abbiamo vinto due birre al biliardo contro Mandisi e Pingu; - Io e Pode abbiamo accompagnato il tipo nel quartiere nero per prendere da bere. Lui é entrato in un locale di neri scatenati da cui non pensavamo sarebbe uscito mai più; - Oggi abbiamo visto i surfisti, volevamo ridicolizzarli ma Luca ha detto che non c'era il vento giusto. - Domani dovremo essere a Jeffrey's Bay... - Cuba a 1 euro!

Jeffrey's Bay ! (addio Desolation Valley)

Decision moment: andiamo a J Bay o andiamo alla Desolation Valley??? Vabbè decidiamo al bivio, ora mangiamo da JFK.

Ci accoglie Miss Simpathy e partiamo bene. In compenso l'ostello é il più pettinato; serata in cerca di ravioli. Andiamo a mangiare e ci serve il cameriere surfista (capello lungo, aria scazzata, camminata ondeggiante): "Scusate, mi sono dimenticato cosa avete ordinato". Si fa perdonare facendoci trovare una Jolla nel conto..bella.

La mattina a J Bay si é divisa tra finale di rugby con gli Springbox e shopping smoderato per i negozi di surf in cerca di cazzate di ogni tipo e dimensione.

Luca prende possesso della Chico e ci porta dritti a Outsdoorn, detta anche "Struzziland". Trovato l'ostello andiamo a cena e notiamo che oltre agli struzzi ci sono una cifra di chiese e anche l'architettura cambia; c'é un misto di Olanda e Bretagna. Il giorno seguente ci rechiamo nel "Buco del culo" delle montagne che ci circondano e + precisamente facciamo visita alle Kango Caves. Subito dopo andiamo a vedere uno dei passi (Soderberg pass) indicati dalle guide in nostro possesso ed il panorama che ci attende é a dir poco spettacolare. Luca Marco e Davide decidono di godere di tutto ciò da una posizione di maggior prestigio e "scalano" una cima. Dopo tutta questa fatica si va a pranzo e ci siamo scatenati ordinando 4 specialità diverse in modo tale da fare 4 piatti misti: Marco:coccodrillo; Davide:struzzo; Luca:kudu; Andrea:Springbok.

Le nuvole che ammantano lentamente le cime delle montagne attorno a "Die Top"e, forse, una musica che arriva da lontano.

Arniston/Bredasdorp/Hermanus

Dopo la magia montana, ci avviamo fiduciosi verso Arniston, tranquillo villaggio di pescatori. Il viaggio attraversa una landa tipo Scozia, e il tempo inclemente non migliora le cose. Arriviamo quindi a serata inoltrata ad Arniston, non prima che Andre abbia stirato un coniglio per strada. Arriviamo in un hotel pettinato e vuoto, dove il caso vuole che ci diano la camera numero 17. Ceniamo in un posto della madonna, pesce e vino da paura (riserva privata 2004). Poi un Cuba sul bancone-acquario. Quindi... Andre se la sente di guidare fino all'ostello. lungo la strada vediamo delle luci che ci sembrano essere quelle dell'ostello. Andre fa un'inversione a U su una tripla striscia continua. Da qui in poi, il delirio: nello stesso istante, in direzione opposta me s'arribbarta 'a volante. Uno sbirro, senza apparenti motivi e ad almeno 50 m di distanza, si esibisce in un doppio carpiato avvitato con il suo furgoncino. Luca e Marco, esempi encomiabili di senso civico, ci fanno fermare per prestare soccorso. Tempo 2 secondi arrivano due pattuglie di sbirri neri e a fucili spianati, che ci urlano: "Who's the driver?"; Noi nell'ordine: Davide: tenta il record del mondo a Pacman; Luca: pensa intensamente ad Elena; Marco: finge di cercare le lenti a contatto per terra. - non sento una vocina... stritula stritula... Andrea timidamente azzarda un "I" pronunciato "Ahi"... Viene immediatamente spintonato in una volante, mentre noi subiamo un attacco laterale da parte di piranha-baboons della township, che pensano che la macchina fuori strada sia uno di loro, e accennano ad un linciaggio. Davide raggiunge Andrea e vede la volante ribaltata in un fosso e pensa alla fuga nelle risaie. Macelli vari, ospedale, tipo fezzato, esami del sangue, centrale di polizia, interrogatori, impronte digitali, ecc. Paura diffusa. Notte insonne, mattina dopo processo che salta a giovedì 25 perché Andrea "doesn't understand". Contattiamo un avvocato d'ufficio che ci tranquillizza, dicendo che nella peggiore delle ipotesi Andre caca 5 leopardi (o buste sgrause). Scappiamo da Bredasdorp e arriviamo a Hermanus, dove un ostello pieno di fighe e le balene ci fanno pensare ad altro. - "A balena coll'arcobaleno? - Cellò" Andrea al processo, dopo una supercazzola del giudice, si gira fiducioso verso gli amici x una traduzione, ma vede tre maschere di cera (Davide gioca a Pacman). Dopo questo triste esordio, veniamo allontanati dall'aula. L'argomento del giorno é lo sbirro carpiato e il calamaro ring di Andrea al centro della sua pesca. L'avvocatessa ad Andre, dopo che gli aveva detto che aveva bevuto e ribaltato lo sbirro: "No problem".

La mattina successiva, come prodi intrepidi esploratori, siamo andati verso il nostro destino: una gabbia nel mare con squali. Ci siamo spostati nella cittadina vicino ad Hermanus, dove si pratica questo allegro sport. Ci ha accolto la moglie di capitan Nemo (Moby Dick). Abbiamo dovuto aspettare l'arrivo dei nostri compagni d'immersione x poter salpare verso il puntello con i cari pescetti. I nostri amichetti non si sono fatti attendere, così capitan Nemo ci ha buttato in acqua abbaiando "Shark, right, left". Dopo l'immersione c'é stata un'epidemia di mal di mare che ha costretto alcuni di noi (Luca e Marco) alla pizzata violenta. Score: Luca ||| Marco | I nostri compagni di avventura: Pitbull, Big Boops, Salvagente/Poldo, Sveglione, Panic-Ok Panic, Scimmia lancia sandwich. Appunto Giangi (di Verona): Ué.. ho visto il leopard nella riserva privata... ora vado a farmi una bella doccietta al resort perché non si sa mai quale animale ha indossato queste mute... Dai Marchino, che dobbiamo andare, ma sapete che ho fuso la Megane.."

Serata introspettiva con 50enne assetata "Wild Fronteer" che abbiamo respinto con una dura guerra di trincea. Giorno seguente (24 Agosto) decidiamo di muovere alla volta di Cape Town. La decisione sofferta é stata risolta a schiaffi e pugni:

Cape Town ( la terra promessa)

Città frizzante.. clima temperato.. pettiniamo subito: aeroporto/ostello/ebanate. Al mercato ribecchiamo Stefano con cui ci diamo un puntello x il giorno successivo (processo permettendo). Dopo aver assaggiato due ore di clima capetowniano battiamo subito ritirata verso Hermanus x una seconda serata introspettiva, ultima prima del processo.

H. 6,00 Sveglia H. 7,00 Partenza per Bredasdorp... Arriviamo alle h 8,30 in Tribunale, c'erano tutti, mancava il mio avvocato - ok panic. Attesa snervante in cerca/attesa dell'interprete e dopo 2 ore di rosolamento duro appare, in un'aurea di luce Fred che ci dice: "In verità vi dico: di chi é la Chico blu?". Lui era il ns. Salvatore. Sbattimenti vari x capire cosa stava x accadere e dopo 3 infarti il giudice ha dichiarato: "Il caso é cancellato". Dopo siamo stati ospiti del Messia e delle sua famiglia, che ha moltiplicato e mandato pani e pesci (ma poco vino). Visita a Cape Agulhas, sigaretta foto e via + veloci della luce verso il delirio di Cape Town.

Cape Town - After the process

Arriviamo che già bruneggia, ma abbiamo voglia di scorrazzare con l'amico Durbans per le vie della città. In ostello recupero Mafalda, e quella che Marco sostiene di avere limonato poi. Due ragazze inglesi assai compiacenti. In 6 nella Chico raggiungiamo Stefano Durbans per andare a mangiare da Mama Africa, da cui ci rimbalzano e finiamo al Zula. - scariche di Cuba e vino a fiumi; - Complesso complessato che prova l'audio tutta la sera ( peace & love, check-two, twenti rand); - Il rastone che caca la busta d'erba dal turbante; - Lasagne vegetali e fuffe varie. Fuori dal ristorante vaghiamo tra i locali della long street, attratti come falene dalle luci e dal pelo. Quindi dopo la cena al Zula finiamo in una disco-sala biliardi dove facciamo chiusura, la psicopatica a guardare giù dal balcone mentre Andrea la molestava. Arriviamo semifradici.

Cape Town

Giornata naturista, ci instradiamo lungo le penisola per raggiungere il Capo di Buona Speranza. Arriviamo là con un tempo da lupi, di mare, che manco B.Diaz. Grandine, vento a 80 nodi, furgonata di cinesi che scattano foto. Onde incazzatissime. Raggiungiamo la vetta del Capo, prima di andare a mangiare, con le note di Papa Wemba e le balene nel mare sotto di noi che limonavano. Torniamo fradici alle macchine e ci fermiamo a Simon's Town a vedere e molestare una colonia di pinguini. Alla sera riusciamo finalmente a mangiare da Mama Africa, tra gli sbongoloni.

IMPRESSIONI FINALI

Il Sudafrica è un paese che offre innumerevoli possibilità di esperienze e scenari, e gli italiani sembrano accolti con particolare entusiasmo!. E'adatto a tutte le tasche: anche i routard più accaniti possono trovare alloggio a buon mercato; ma costa talmente poco che non vale la pena fare troppa economia. Chiaro, se vi infilate nel villaggio "all inclusive", poi non lamentatevi se vi spennano! Se non si parla un po' di inglese la comunicazione è dura. Il paese, almeno nelle sue tratte più battute, è abbastanza moderno, ma basta poco per lasciare la strada principale e ritrovarsi in villaggi dove la gente ti guarda spaesata. Si mangia come leoni, roba sana per pochi spiccioli. Conservando gli scontrini dei nostri acquisti, prima di ripartire, in aeroporto ci siamo fatti restituire l'IVA; è stata un'esperienza unica veder tornare indietro dei soldi di tasse. E' un Paese adatto anche alle coppiette che vogliono il brivido dell'Africa senza rischiare troppo. La gente, almeno quella che abbiamo incontrato noi, è sempre stata molto ospitale e curiosa, soprattutto lontano dai "punti di smistamento" dei turisti. Per quanto riguarda la pericolosità di certe zone, basta usare il normale buon senso. Non cercate guai e non ne troverete. Evitare di viaggiare di notte sulle statali, specialmente nel Transkei, almeno così ci hanno consigliato. Anche le zone a confine col Mozambico vanno affrontate con cautela. A noi non è successo niente, ringraziando la Madonna, ci siamo divertiti senza avere (quasi) mai problemi. Il clima: noi siamo andati ad agosto, il nord del paese era caldo e soleggiato, mentre più si scende e più il clima, pur sempre asciutto, diventa freddo; per arrivare a Cape Town dove, la sera, un maglione e una giacchetta sono indispensabili. Il nord del paese è fatto di paesaggi tipicamente africani, mentre il sud mi sembra la Scozia, pur non essendoci mai stato. Salute: antimalariche e vaccini strani non sembrano necessari, a meno di andare in remote zone paludose. Forse non sempre le condizioni igieniche sono encomiabili, quindi magari un antiepatite. Comunque, le città più grosse sembrano avere strutture ospedaliere rassicuranti, a patto di avere soldi sonanti o un'assicurazione convincente. Vista la preoccupante situazione HIV in questa zona, non prendere precauzioni adeguate rischia di trasformare una trombata in una roulette russa.

Lasciate solo orme e portate via solo ricordi. Buon Sudafrica.

DAVIDE MARCO ANDREA LUCA - LAMBRATESI IN SUDAFRICA - 2005 Foto e video del viaggio sono disponibili sul mio sito http://www.Bradolab.Net

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Diari di viaggio: "Lambratesi in Venezuela"

Caracas

Dopo il solito volo interminabile in compagnia di bambini molesti, arriviamo a Caracas circa alle 10 di sera. Fuori dall'aeroporto, stuoli di tassisti abusivi e non, ci importunano per la corsa e per cambiare i soldi. Essendo già buio, l'opzione autobus per raggiungere la città non la prendiamo neanche in considerazione. Non vorremmo arrivarci con una mano davanti e l'altra dietro. Scegliamo un tassinaro dall'aria e dal mezzo affidabile, la cifra notturna che riusciamo a spuntare è 140 bolivares, e decidiamo di condividere il viaggio con una coppia di spagnoli un po' ronciosi. Caracas si presenta, nell'estrema periferia, come una serie di colline illuminate da migliala di piccole luci. Sono i barrios, agglomerati urbati dei più poveri, casette di mattoni che si inerpicano sui pendii quà e là ancora boscosi. Poi, l'autopista raggiunge la valle della capitale, la taglia in due, i barrios lasciano il posto a grattacieli-dormitorio, per poi raggiungere il centro dove diversi palazzi moderni danno un po' di lustro a una città malconcia. Proviamo a cercare un hotel in zona Altamira, ma presto rinunciamo poichè sono tutti pieni. Ne troviamo uno poco distante, si chiama El Escorial ed è sufficientemente insapore per esordire a Caracas. Una doppia ci costa 60 dollari. L'autista si offre anche di cambiarci i soldi, una volta arrivati in albergo. Ad agosto 2008, la situazione del cambio in Venezuela è questa: in banca per 1 euro vi danno 3 bolivares, sul mercato nero ve ne danno quasi 5. Decidiamo di uscire a fare due passi, nonostante la zona non sia delle più rassicuranti, spinti dalla fame. Il portiere, dopo averci messo in allerta su criminali e poliziotti corrotti, ci indirizza verso un posticino di fiducia. Infatti, lo scopriamo presto, vi cucinano le più immangiabili arepas di tutta la nazione. Torniamo in hotel un po' sconsolati e affamati. Prima di andare a letto, fumo una sigaretta sul pianerottolo dell'hotel, affacciato al balconcino. Di notte Caracas, anche se è brutta, è affascinante. Mentre sto rientrando, mi accorgo che dalla camera di fianco si è affacciato un travone, guarda la città pure lui. Il riposo è pesante e senza sogni.

Choroni

Viaggio da Caracas (stazione La Bandera, circa 5 euro) fino a Maracay in autopista, poi verso Choroni con un autobus coloratissimo che si arrampica sui tornanti, salsa a tutto volume e imponente clacson a corda. La stradina passa in messo a montagne e foreste, spesso quando incontriamo qualche mezzo che arriva in senso opposto dobbiamo fare più manovre per passare entrambi. Ci addentriamo nel parco Henry Pittier, riserva naturale, per un'ora saliamo fino alle cime nebbiose, l'ora successiva scendiamo verso il mare. Puerto Colombia, a pochi minuti da Choroni, è un piccolo paese di pescatori, ma è anche meta del turismo balneare venezuelano. Sono rari gli occidentali in giro. Cerchiamo un hotel sotto il sole cocente, ma non ne troviamo, per il weekend sono tutti pieni, una serie interminabile di cartelli "Todo completo" e "No hay habitaciones". Alla fine, in una vietta un po' laterale, troviamo una posada molto "rustica" (una ludreria) per 20 euro a notte. Il paese consiste in un vialetto centrale di un centinaio di metri in cui si radunano ristorantini e posade, oltre al mercato del pesce. Riconoscete gli uomini del posto perchè alla sera si avviano verso casa con un piccolo tonno, o tre aringhe, in mano. Attorno, viette con abitazioni e posade magari meno in vista ma non male. Il porto è veramente a dimensione umana, con immancabili vecchietti che giocano a domino e bancarelle di piccolo artigianato. Fra le spiagge vicine, la più popolare è senz'altro Playa Grande, raggiungibile con 10 minuti di passeggiata. E'abbastanza affollata, la sabbia è superba, un chilometro di palme interrotto dalle alture a est. Ci dedichiamo ai primi bagni e ai primi texas hold'em. La tecnica di approcio alla spiaggia del venezuelano medio è arrivare con una cava, ossia una cassa di polistirolo isolante piena di hielo (ghiaccio), alcolici, cibo, bibite; per poi spaparanzarsi sotto l'ombrellone e dedicarsi a qualche bagno rinfrescante. Nessuno nuota, i più arditi galleggiano dove l'acqua è più alta. Alle quattro e mezza i bagnini fanno uscire le gente dall'acqua, la spiaggia "chiude". Alla sera, ceniamo in uno dei ristoranti al porto, un enorme pesce chiamato pargo con un bel contorno e un paio di cuba fatti col Santa Teresa.

Puerto Colombia

Dopo una colazione a base di banane, ci siamo diretti al Playon per passare l'intera giornata al mare. Era gremita, le onde erano alte anche un paio di metri e ci siamo divertiti un sacco a sguazzarci dentro e a fare "human surf" come alcuni ragazzi del luogo; i bagnini-Collina fischiavano come dei pazzi. Notiamo che nel pezzo di mare di fronte al centro della spiaggia, c'è una corrente abbastanza forte che porta fuori, decidiamo di starne alla larga prima che ci ritrovino ad Aruba. Abbiamo conosciuto dei ragazzi di Caracas e Macaray, fra cui Rosangela e Clarissa. Erano fornitissimi, ci hanno offerto da bere e ci hanno invitati a contattarli quando torneremo a Caracas. Loro il weekend prossimo vanno a Morrocoy, dicono che è molto più bello di qua. Vedremo. Dopo la giornata al mare, cerchiamo un internet point, per comunicare a casa e agli altri in arrivo che siamo vivi. Dopo le comunicazioni, torniamo in posada a fare un sonnellino, visto che i cavalloni e il sole cocente ci hanno un po' sfiancato. Per cena, visto che stiamo spendendo troppo, ci accontentiamo di una hamburgesa (gigante con todo). Poi, il piccolo porto si anima di bancarelle, dei ragazzi neri suonano il bongo e ballano, la gente tiene il tempo e viene invitata ad unirsi alle danze.

Puerto Colombia

Altra giornata sul Playon. Vinciamo la naturale riluttanza ad aprire il portafoglio e prendiamo un ombrellone e due sdraio, per evitare di flambarci completamente, per ora siamo di un rosso sotto controllo. L'acqua è un brodo azzurro limpido, puoi nuotarci dopo mangiato senza neanche fare il ruttino. Le onde spettacolari ci tengono impegnati. Ogni 10-15 onde turchesi, ne arrivano 1-2 di un blu cupo, alte almeno un paio di metri in cui o ti tuffi, o tenti di cavalcare abbracciandole, come fanno i ragazzi del luogo. Dal mare arriva una brezza fresca che ci concede una pausa dalla calura; diversi uccelli volano sopra la baia, principalmente stormi di pellicani e dei rapaci con la testa lunga e bianca. Il sentiero che va al Playon è costeggiato da mini-negozietti e ristoranti seminterrati sul ciglio. Passando in una traversa del porto ci facciamo accalappiare da un moderno lounge-bar, dietro la promessa di un ottimo cuba, e da lì allo stuzzichino il passo è inevitabile. Diventerà la nostra cena.
Passiamo la serata nella piazza del paese. Per il nostro aspetto inconsueto (alti e biondi) raduniamo attorno a noi un folto gruppo di persone, che ci chiedono dell'italia, del milan, di cosa pensiamo del venezuela, ed insistono per fare delle foto con noi. Le mille domande ci danno l'occasione di parlare un po' di spagnolo. Verso mezzanotte decidiamo di fare un salto al Bar Rumba, ma è semivuoto. Dopo la serata di mondanità paesana, torniamo nella nostra piccola camera, dove le zanzariere ci proteggeranno dagli insetti che popolano la notte tropicale.

Chichiriviche

Il viaggio da Choronì a Maracay è il solito delirio di curve e musica caraibica. Verso la fine del tragitto, in discesa, il motore fonde, fa dei rumori brutti e inizia a buttare fumo. Facciamo gli ultimi tornanti in folle. Alla stazione degli autobus di Maracay, siamo obbligati a cercare qualcuno che ci cambi dei dollari, perchè le nostre scorte di bolivares stanno finendo. Un tassinaro ci dirotta in una gioielleria all'interno, vicino ad un bar con l'insegna verde, dove ce li cambiano a 3, abbastanza onesto. Chiaramente, non sembra il posto migliore dove girare con mazzettine di dollari, ma non abbiamo alternative. Dopo qualche tentennamento, compiamo l'operazione (tra l'altro, il gioielliere ci inonda di banconote da 20 bolivares, per cui abbiamo buste di denaro tipo narcotraffico da nascondere). Ora siamo fermi sul bus, in attesa di partire per Chichiriviche. Ci saranno 45 gradi, siamo perlati. Degli ambulanti salgono per vendere acqua e snack, ma noi ora vogliamo solo partire verso ovest. La strada non è molto panoramica, sulla sinistra barrios, raffinerie ed oleodotti, sulla destra il mare che è un susseguirsi di palme e spiagge un po' sudicie.
Chichiriviche si presenta più grande e turistica di Puerto Colombia, un lungo vialone che finisce sul lungomare, negozi di articoli da spiaggia (i cui manichini hanno tutti la sesta di reggiseno), ristorantini e liquorerie; ai lati, stradine non asfaltate dall'aspetto un po' vissuto. Il molo non è molto grande, vi si affacciano un paio di ristoranti e c'è un piccolo mercatino di bancarelle. Chiediamo in giro dell'hotel Milagro, ci mandano alla Licoreria Falcòn. Qui una scena bellissima. Chiediamo al proprietario quanto voglia per una doppia, lui ci dice 100 bolivares; alchè, un ubriacone presente (che diventerà il nostro capitano per le gite in mare) alza le braccia e dice "OOOEEEE!!!", come a dire, ellamadonna che ladrata! Il proprietario lo incenerisce e gli dice "Cerra tu boca, cavron!" Alla fine spuntiamo 80, ci fa entrare da un accesso fra le bottiglie del magazzino, la camera non è male, scegliamo una stanza al secondo piano che gode di un accesso alla terrazza, da cui si ammira un panorama niente male. Ceniamo al molo, un acquazzone improvviso sceglie il ristorante per noi, spaghetti allo scoglio e il peggior cuba libre della mia vita. Per rifarci la bocca, andiamo ad un bar davanti al nostro hotel. Incontriamo Danilo, il componente romano che quest'anno s'è aggregato ai lambratesi, che sciabatta per la strada. A mezzanotte il paese è già vuoto, sul lungomare c'è solo qualche ubriacone e dei ragazzini, qualche auto con la musica a palla gira per il paese.

Chichiriviche

Dopo un sostanzioso desayuno (colazione), americano per me e criollo (con fagioli) per gli altri due, ci organizziamo per la gita all'isola di Cayo Sombrero. Rincontriamo Reggae, l'ubriacone dell'hotel Milagro, che è capitano di una piccola barca; la affittiamo assieme a un gruppo di tedeschi. Mentre viaggiamo, Reggae biascica, ride e si spulcia un po', ma è simpaticissimo. Mentre beve la sua Polar ghiacciata, ci indica le varie isole e baie che stiamo sorpassando, prima di lanciarsi in una gara senza speranza con un'altra barca. Arriviamo a Cayo Sombrero, l'isola è da cartolina, spiaggia bianca purtroppo un po' sporca e affollata. Ci avviamo sul sentiero fino ad arrivare ad una spiaggetta un po' isolata, cercando riparo dal sole sotto le palme; solo un pellicano si tuffa qua e là per pescare. La barriera corallina in sè non è bellissima, di colore marrone, ma i pesci che vi abitano sono tanti e coloratissimi, calamari, spugne fiorite che si chiudono al passaggio. Quando esco dall'acqua, per una inspiegabile illusione ottica vedo Marco e Danilo che si baciano, ma in realtà loro sono dietro, è un'altra la coppia che si abbandona alle effusioni acquatiche. Cerco di prendere un grosso granchio, che mi pinza facendomi un taglio. Quando lo catturo, lo mettiamo sul ramo di un albero, e Danilo inscena una gag ai danni di un gruppo di spagnoli che poco dopo vanno sotto l'albero. Dice loro che si tratta di un pericoloso granchio degli alberi, e loro prima se ne allontanano spaventati, e poi gli fanno parecchie fotografie, non accorgendosi che è una bufala da spiaggia. Hanno letteralmente preso un granchio. Quando il sole inizia a calare, cioè verso le 4:30, inizia l'attacco dei temibili puri-puri, dei moscerini che pungono ininterrottamente facendoci ballare il ballo di San Vito per scacciarli. Siamo costretti ad aspettare Reggae in acqua, fuori solo con la testa. Il capitano, meno sobrio che mai, arriva però puntuale all'appuntamento e ci riporta a terra sani e salvi. Cena al molo con fritto misto, serata fra bancarelle e ragazzine che vogliono farci la foto, e poi a nanna.

Chichiriviche

Ci svegliamo al solito ritmo martellante di salsa e musiche caraibiche (amor, pasion y corazon). Danilo: "Aò, chiedije se po' arzà che nun se sente bene!". Ne approfittiamo per andare in terrazza a lavare qualche panno sporco. La città, vista dal tetto dell'hotel, appare per quello che è: a parte il molo, un agglomerato di edifici insignificanti e un po' degradati, cani randagi e cisterne arrugginite. E' però un'ottima base per girare le isole attorno. Il cielo è solcato incessantemente da delle specie di rondoni grossi come gabbiani. Per la navigazione ci affidiamo come sempre a Reggae, che fra i vapori dell'alcool si dimostra affidabile e competente nel portarci nei posti più belli, fra cui una laguna di mangrovie, una piccola baia di acqua bassa chiamata "la pisina", e altri. Alla sera, dopo due panini giganti e il solito giro di bancarelle, ci informiamo per arrivare alla discoteca "la India" (la disco que te mueve), appena fuori dal paese. Dicono che in settimana è vuota, e ci sconsigliano di andarci a piedi perchè la strada è buia e malfamata. Mentre io e Marco ci abbandoniamo ad un pigro Cuba Libre, Danilo si sbatte e recupera un individuo discutibile che si offre di accompagnarci con la sua macchina. Prima però insiste per farci conoscere due sue amiche molto belle che, nonostante le sue smentite, sono evidentemente due mignotte. Di fronte al nostro educato disinteresse, si rassegna a portarci alla India che, come previsto, è deserta. Per cui torniamo nel peggiore bar di Chichiriviche, dove rincontriamo le due ragazze. Beviamo due Polar, e poi torniamo al molo, dove tiriamo tardi con i vari sbiasciconi punkabbestia di cui la città inspiegabilmente pullula; dev'essere una specie di luogo hippy. "el Chile es bonito y donde y sbla sblah..". Domani partiamo per Caracas per incontrare Luca e Andrea e dirigerci verso sud, verso Ciudad Bolivar.

Ciudad Bolivar

Dopo aver beccato gli Luca e Andrea alla stazione orientale dei pulman ( e dopo aver fatto loro uno scherzo, cioè aver mandato uno a nome nostro a dire che dovevano tornare ad Altamira, da cui arrivavano), siamo partiti con un Bus Ejecutivo verso Ciudad Bolivar. Qui, questi grossi e comodissimi autobus li chiamano aviones para la tierra, in quanto per accedervi si fa un vero e proprio check-in con tanto di perquisizione e metal detector. Il viaggio notturno di una decina di ore, a parte il condizionatore, è stato abbastanza confortevole, i morbidi sedili reclinabili ci hanno consentito di dormire per quasi tutto il viaggio. Arriviamo in città verso le 8 di mattina, e ci dirigiamo in taxi verso la nostra posada, caldamente consigliata dalla Lonely Planet. Non restiamo delusi. La posada Don Carlos, infatti, occupa una grossa villa coloniale in una vietta di case colorate, proprio dietro piazza Bolivar, il centro di ogni città venezuelana. Dentro mantiene un'atmosfera dei tempi passati, è pulita e curata e dispone di un piccolo giardino; due mami ci preparano subito un sostanzioso desayuno per placare la nostra fame. La camera per cinque è abbastanza spaziosa e dispone di un soppalco, il soffitto di travi a vista mi permette di attaccare facilmente la zanzariera.
Scendiamo verso pranzo sul lungofiume, dove, essendo sabato, c'è un lungo mercato. L'Orinoco è una distesa marrone a perdita d'occhio, i pescatori sulla riva puliscono e vendono il pesce. La città in sè, a parte qualche scorcio interessante, non offre molto. C'è una bella vista panoramica a un isolato dalla nostra posada, una specie di giardino di massi che scende sulla collina per una cinquantina di metri, dei bei fiori. Organizziamo il tour al Salto Angel, che ci costa una cifra notevole: 1300 baht, al cambio attuale, circa 300 euro. Ora è pomeriggio e andiamo a schiacciare il meritato riposino. In serata, visto che piove, rimaniamo nel cortile della posada a scambiare due chiacchiere con altri ospiti. Il bar ha un aspetto antico, tutto di legno, e il barista-custode notturno è un vecchietto che ribattezziamo Buena Vista Social Club. Ci serve placidamente le cervezas (Claro! Tranquilo!) e ci racconta un po' la sua vita. In cortile ci sono ragazze e tipi europei, ma non ci interessa molto conoscerli. Buena Vista ci racconta di Caracas (Peligroso!, dice con un espressione atterrita). Mami ci prepara 5 Espagheti Bolognaise. Luca e Danilo escono per andare a ballare al Congo (o Bongo? mah..), gli altri a nanna.

Canaima

Sveglia all'alba. La sboldra della posada ci porta all'aeroporto, dove però aspettiamo un paio d'ore che aggiustino l' impianto elettrico del nostro aereo. In realtà hanno fatto overbooking, e non resta che attendere, l'ambiente non è molto accogliente. Arriva il nostro Chessna a sei posti, pilota compreso. Il volo, anche se tre di noi sono paracadutisti e sono abbastanza abituati, è abbastanza terrificante. Passiamo sopra laghi, foreste e praterie, che il pilota non manca di indicarci compiendo virate ogni volta. Un serbatoio è vuoto, la spia dell'altro oscilla fra il pieno ed il vuoto. Non bastasse, passiamo attraverso un temporale, nelle nuvole grigie illuminate dai lampi mi attacco con le unghie ai poggiatesta davanti. Dopo un'ora in cui paesaggi ed emozioni non sono mancati, atterriamo a Canaima; Luca è lilla e sbocca, io ho la tentazione di baciare il suolo ma penso già al ritorno. Paghiamo una tassa d'ingresso al parco di 35 bolivares, un ragazzino ci porta alla nostra posada. E qui, la prima discussione con la guida. Il tizio vuol farci cambiare il giro, sostenendo di proporcene uno migliore che arrivava in serata al Salto Angel; ma noi da bravi italiani, ci incarogniamo sul giro originale, che prevede una sosta nella laguna di Canaima e il giro ad altre cascate, meno impegantive. Lui infine si arrende e partiamo. Per cui, dopo pranzo, raggiungiamo la laguna, cinta da 5 cascate e dall'acqua rossa come vino per via di tannini rilasciati dalle piante. Con una lunga barca affusolata, passiamo vicino alle cascate, e l'acqua ha sfumature davvero insolite. Giunti dall'altra parte, ci incamminiamo verso il salto Sapo, il sentiero si percorre in una mezzoretta. Prima osserviamo la massa d'acqua che precipita dall'alto, poi scendiamo a valle e con un passaggio naturale ci passiamo attraverso. Ci laviamo da capo a piedi per raggiungere l'altra sponda, ma ci divertiamo un sacco; la vista è suggestiva. Al ritorno, passiamo il tempo a fare un po' di lotta sulle spiaggia rosa lagunare. Conosciamo un turista di Enna, anche lui dice di essere stato derubato dai poliziotti a Caracas.
Dopo cena, quando ci stiamo arrendendo ad una serata permeata di Nulla, conosciamo Onorio, uno spagnolo che sta con una venezuelana, il quale ci svela la presenza dell Amnesia, il bingo-discoteca centro della vita notturna di Canaima. In pratica, in uno spiazzo, ci sono delle panche, qualcuno che balla, anche se l'attrazione vera della serata sono le estrazioni dei numeri, che tutti ascoltano in religioso silenzio. Tiriamo mezzanotte, Onorio ci parla delle bellezze della Colombia e della sua cultura. Per noi, potrebbe essere una continuazione di vacanza, abbiamo tempo e non ci precludiamo di sconfinare. Il ventaglio di ipotesi comprende Trinidad, Guyana, Cuba o Jamaica, e ora anche Colombia.

Salto Angel

Ieri è stato il giorno della gita al Salto Angel. Siamo partiti dal campamiento a Canaima alle 11, perchè dovevamo aspettare altri che si unissero al gruppo. Dopo un quarto d'ora di camminata, raggiungiamo l'imbarcadero. Sulla barca, coprono i nostri zaini con un telo impermeabile, e presto capiamo perchè. Dopo mezz'ora di navigazione tranquilla, dobbiamo scendere perchè le rapide sono forti e il fondo troppo basso. Camminiamo su un sentiero fra steppe erbose, pietre nere tondeggianti e grossi formicai. Riprendiamo la barca, e da lì in poi prendiamo incessantemente acqua, fra pioggia fine e battente, schizzi del fiume ecc. Dopo un po' iniziamo ad avvistare i tepui, cioè le montagne coi bordi a strapiombo che emergono dalla foresta , un po' minacciosi e avvolti dalla foschia. Dopo tre ore di navigazione controcorrente, attracchiamo nei pressi del campamiento; siamo già fradici. La guida ci consiglia di andare subito al mirador, perchè la visibilità è buona e domani potrebbe essere nuvoloso. Il sentiero per raggiungerlo è in salita, non è tracciato benissimo, è abbastanza impegnativo, grosse radici d'albero da superare e fiumiciattoli da passare su tronchi. La fatica, dopo un'oretta a passo veloce, viene ripagata dal belvedere, in cui conquistiamo una bella posizione per ammirare la muraglia d'acqua, che da un po' sentivamo scrosciare. Il Salto Angel appare all'improvviso tra gli alberi, dopo un altro pezzo di sentiero arriviamo al laghetto rossastro alla base della cascata. Ci tuffiamo, l'acqua è gelida e di un colore inquietante, fra il barbera e il sangue, ma il panorama è mozzafiato, la colonna liquida sopra di noi che termina come vapore la sua caduta, ma soprattutto la valle sotto. Nonostante la guida ci abbia consigliato di fare un bagno veloce. ci dilunghiamo più del dovuto fra tuffi e pose per le foto. Il risultato è che cala presto il sole, e siamo costretti a ripercorrere il sentiero prima in penombra, e poi nelle tenebre. Come se non bastasse, appena fa buio fitto inizia a piovere a secchiate, per cui il percorso diventa presto una via crucis. Rocce scivolose, radici, ostacoli nascosti, acqua anche fino al ginocchio, eccetera; camminiamo come automi, come soldati, seguenda una foca luce più a valle. Mi chiedo tuttora come siamo potuti arrivare interi al campamiento; sembriamo degli scampati ad un disastro. Una ragazza di Torino, Giulia di 15 anni, ci aiuta stoicamente con la sua piccola torcia, la ripago cedendole il mio quasi impermeabile visto che è fradicia in maglietta e batte i denti. Al campamiento ci asciughiamo e ci mettiamo il ricambio saggiamente portato con noi. I bagni sono inavvicinabili, per cui facciamo i nostri bisogni sul ciglio della foresta, il cielo ora è sereno e fra gli alberi si vede il Salto, l'acqua è bianca sotto la luna. Non mi ricordo di aver visto una luna così, prima, una falce con entrambe le punte rivolte verso l'alto; forse in Messico. Mangiamo tutti assieme ad una tavolata comune, che Andrea non manca di benedire con una tonante bestemmia. Facciamo due chiacchiere con altri italiani, una partitina a scopa e poi tutti a dormire in amache, ricoperti dalle zanzariere; scopro troppo tardi che è molto più comodo dormire stendendo la coperta a terra e mettendocisi sopra.
Stamattina colazione veloce, ritorno sul fiume mediamente umido e ricco di insetti, volo quasi tranquillo e poi di nuovo alla posada San Carlos a Ciudad Bolivar, a lavare la roba e riprendere un aspetto umano.
Nota: mentre pranziamo, un turista romano ci racconta di come è stato menato e derubato da un finto tassista a Caracas. Per cui Polizia-criminali: 2-1

verso nord

Lasciamo la posada. Ieri sera c'è sta un'accesa discussione che ha toccato vari temi, dai problemi dell'Italia al nostro itinerario. Ci siamo scolati una bottiglia di Santa Teresa e poi, da solo, sono sceso fino al fiume per mangiare qualcosa, sfidando la terribile notte venezuelana e i pescatori di pesci gatto. Alla fine abbiamo deciso di andare verso nord, verso il mare, direzione Puerto La Cruz. Per cui, zaini in spalla, scendiamo sul lungofiume a prendere l'autobus per la stazione, e ci saliamo nonostante il pigia pigia. Per prenotare la fermata, ci dice una sciura, è necessario battere le mani, e noi in ritardo facciamo una standing ovation che fa ridere tutto l'autobus. Dalla stazione prendiamo un pullman, non in ottimo stato. Il viaggio di 5 ore è climaticamente disastroso. All'inizio ci mettiamo nei posti in fondo, ma scopriamo il tranello: siamo sopra al motore, praticamente il radiatore siamo noi. Appena si liberano dei posti davanti, ci fiondiamo come dei ninja, ma qui ci sono i bocchettoni dell'aria condizionata che non si chiude neanche a martellate e finisce il lavoro di devastazione.
Arriviamo a Puerto La Cruz all'imbrunire. La città, a parte un vivace lungomare, è un po' tetra e sporca, basura e palazzoni, strade scassate, voragini nell'asfalto. Al terzo hotel in cui chiediamo, il Riviera, troviamo posto per tutti e cinque, una sistemazione non proprio economica ma almeno dignitoso e pulito. Ceniamo in un ristorante arabo e passeggiamo un po' fra le bancarelle, che vendono la solita fuffa, a parte qualche eccezione. Danilo va a casa perchè non si sente bene, noi decidiamo di vivere la notte. Chiediamo al tassista e ci consiglia la Lecheria, che è una zona in cui dovrebbe esserci un po' di vita. La strada abbandona la parte povera per addentrarsi in quella ricca, a destra ci sono magnifiche villette circondate dai canali, alcune con relativa barchetta. A sinistra, invece, dei palazzi abbastanza alti ma architettonicamente non sgradevoli. Sul lungomare, un parcheggio, in cui c'è la gioventù bene di Puerto. I giovani ricchi si ritrovano a confrontare le loro auto elaborate, sgasano, bevono, fanno vibrare le casse degli enormi impianti delle macchine. Dopo un po' ci stufiamo. Ci dicono che c'è una bella discoteca, il Bambuddha, dove dovrebbe esserci vita nonostante sia mercoledì. Ci andiamo, e il tassista non ci fa pagare la corsa perchè i suoi sono di origini italiane, gli diciamo grazie paisà. Il posto non è male, tre sale affollate, un'orchestrina suona salsa dal vivo, passiamo la serata fra quinte, cuba ecc.

Puerto la Cruz

La giornata trascorre prima sulla spiaggia di El Saco, su cui ci rechiamo in barca. E' su un'isola selvaggia, qualche chiosco, ombrelloni di fogliame, famigliole, barriera corallina non eccezionale, un po' di sporco. Abbiamo il nostro frigo di polistirolo e ci passa. Alle 3 parte un acquazzone e decidiamo di tornare sulla costa. Dopo un pisolino, ceniamo sulla terrazza del Hotel Neptuno, posto molto alla buona (forse troppe), e vista sul finale di lungomare. Serata fra le discoteche di Mania, Bambuddha, toacarte toa e sexy muchachate varie.

Abbiamo passato gli ultimi due giorni in questa cittadina, decisi a sfruttare la movida del weekend prima del ritiro spirituale di Mochima. Purtroppo le condizioni di Danilo non sono migliorate, per cui ora Luca e Andre lo stanno accompagnando all' ospedale di Guaraguao per capire cos'abbia. Sono quattro giorni che ha febbre altalenante e dolori al ventre, oltre che alla testa. Cito senza ordine episodi e personaggi di sti giorni.
- il pusher-gollum che ci dice nadahhh sibilando
- il gruppo di gente conosciuta al Bambuddha che sembrava ci avessero invitato alla mega-villa, invece ci siamo trovati in un monolocale di un palazzone tipo 27 a Cologno.
- il tassista italiano che ci manda la corsa. Lo ribeccheremo in discoteca con la moglie libanese.
- i due napoletani un po' fatti ("me sto ruinand!"), cacciati dall'hotel Europa per aver portato donne e coca.
- la pelea (rissa) in Paseo Colon fra un tizio ed un'ubriacona. Questa finisce a terra a pigliare calci.
- il cambiavaluta per strada con le calze imbottite di soldi.
- le due giornaliste, di cui una di legno, che per un po' ci scorrazzano e ci lasciano, con una bottiglia di Cacique, al Paseo Colon.
- cani rognosi ovunque.
- l'albero del male, un tronco sul lungomare che si notte si infesta di ratti e rapidi scarrafoni.
- la gente che attacca i cellulari ai pali della luce, forniti di prese elettriche
- rincontriamo Ciribiri, il peruviano folle di Chichiriviche, e ci ignoriamo a vicenda.
- colonna sonora: raggaeton, salsa a litrate, il valenato colombiano è considerato musica per poveri che parla di amori e ceffoni.
- i "fiori di corallo" , a centinaia, che si chiudono di scatto quando ti avvicini.
- in sei pigiati su un taxi tabbozzo con la musica a palla.
- la cassiera che "habla con los ojos"
- grande presenza di arabi
- donne di una bellezza rara, alcune ritoccate, amano il loro Paese e parlarne, regalano sorrisi. Per loro tutti i bianchi sono gringos, puntualizziamo che siamo italiani.

Purtroppo non ci sono buone notizie. Danilo è tornato dall'ospedale di Guaraguo con una diagnosi preoccupante: paludismo, cioè una forma di malaria. Lo ha sicuramente preso a Canaima, anche se ci avevano detto essere una zona non malarica. Siamo dovuti restare un giorno in più per poter andare all'ospedale di Barcelona, per confermare la diagnosi ed eventualmente curare la malattia. Il morale di tutti è abbastanza basso. Speriamo che gli prescrivano solo delle pastiglie e non lo trattengano, iniziamo a non sopportare più questa città e vogliamo scappare a Mochima, per passare qualche giorno spensierato.

Mochima

Fortunatamente, Danilo, Marco e Andre sono tornati dall'ospedale con buone notizie: nessuno ha la malaria, almeno ad un primo esame. Pieni di nuova gioia, abbiamo preso una serie di pulmini, uno più scassato dell'altro, e siamo arrivati nella ridente cittadina di Mochima, nel parco omonimo. La strada si snoda nella foresta, poi scende in una baia che al tramonto è spettacolare. Il paesino è carino, attorno al molo qualche negozietto e ristorantino. L'autista del carro ci ha accompagnato nella solita posada "della zia", che in effetti supera le nostre aspettative e si dimostra un buon investimento. Infatti, abbiamo a disposizione un intero appartamento con vista mare, per circa sette euro a testa al giorno. Ora appena pronti andremo a fare una bella cena per dimenticare i guai di Puerto la Cruz.

Abbiamo trascorso quattro giorni spensierati a Mochima. La baia è molto suggestiva, colline verdi attorno al mare turchese, e in fondo il paesino di casette colorate. Ieri siamo stati in spiaggia, il solito snorkeling, i soliti cuba, sulla Playa Blanca, l'unica un po' popolata nei dintorni. Stamattina siamo andati a vedere i delfini nella rada dell'Isla venado, è stato emozionante, un gruppo di una dozzina ci saltava di fianco e ci superava; eravamo contenti come bambini. Pomeriggio in Playa e solitra serata nel paesino fantasma.

Anche stamattina l'abbiamo trascorsa oziando mollemente sulla Playa Blanca, bevendo squisiti Daiquiri alla banana; verso le due si stava rannuvolando, ed io e Danilo abbiamo deciso di andare col capitano ed il suo aiutante a pescare. Un nylon con dei piombi rudimentali ed un'esca di pesce ci fanno tirare su una ventina di grosse aringhe o qualcosa di simile, e tre pesci che sembrano scorfani. L'acqua è talmente limpida che vedo chiaramente l'esca a 7-8 metri di profondità. E' stato bello farsi cullare dalle onde insieme ai pellicani in attesa di un pesce, ascoltare i pescatori dell altre barche che parlavano e ridevano, il tramonto che lentamente colorava il cielo. Abbiamo comprato patate e pane, che abbiamo mangiato col nostro pescado. Fortunatamente la sciura della posada ci ha aiutato a cucinare, portando peperoni e cipolle. Domani partiamo per la Isla de Margarita, lasciandoci alle spalle questa tranquilla oasi verde di pace, dove il mare è caldo e turchese. Anche ieri io e Danilo abbiamo pescato dallo scoglio, recuperando il solito quasi-scorfano e un paio di grossi granchi, presi al laccetto più per passatempo che per altro. Il pesce ce l'hanno cucinato gratis sulla spiaggia.

Isla de Margarita

Il viaggio sulla lancia rapida è stato il solito inferno: calca animale sotto il sole per accedere alla barca, posti conquistati a gomitate, locale climatizzato tipo Findus senza possibilità di fuga, non posso neanche fumare una sigaretta per smaltire la tensione. All'arrivo sull'isola, ci accoglie un vero nubifragio, il pontile è lungo e stretto. Sgomitiamo con quelli che salgono per passare, pioggia a secchiate e neanche una tettoia, confusione per capire dove arrivassero i bagagli. Abbiamo conosciuto un italo-venezuelano, Saverio, che ci ha fatto un po' da guida e il suo amico Josè, per 60 bolivari, ci ha portati prima in aeroporto, e poi a Porlamar a cercare un albergo. Abbiamo trovato una quintupla all' hotel Torino (che ora si chiama Jinama), nel centro storico. La stanza era un po' scarna e tetra, e gli altri hanno voluto cercarne un'altra. Dopo aver girato un'ora a sentire il ritornello "No hay abitaciones", siamo tornati al Torino. Andre fa il muso, Marco si lamenta, a me sembra che ci si possano passare un paio di giorni senza troppi drammi. La zona è molto pittoresca, negozietti, bancarelle, fiumi di gente. La sera l'abbiamo passata al Frogs, una discoteca di fighetti locaali, un posto uguale a mille altri a Milano. Stamattina Luca, Marco e Andre sono andati alla ricerca di un altro hotel, io e Danilo siamo scesi a fare colazione alla Panaderia sotto l'albergo, e a mandare un paio di mail, in un internet point che ha poi perso la connessione facendoci perdere tempo e basta. La serata si perde in una discoteca vicino al Senor Frogs, l'Opah, un posto revival con salsa, biggies, balli e babbuine varie. Danilo scopre di avere il morbo, cioè la spontanea erezione dovuta ai balli calienti. M. cambia i soldi da un prestigiatore, che gli fa apparire una colomba.. lì! Litigi vari su dove andare.

Playa el Agua

Stamattina abbiamo lasciato l'hotel ludro alla volta di Juan Griego. Abbiamo recuperato un tassinaro con un vecchio Land Rover. Il paesino ci è apparso francamente un po' triste, e l'unica posada decente era piena, per cui ci siamo sparati a Playa el Agua. Troviamo un labergo, o meglio un villaggetto, che si chiama Coco Paraiso. La quintupla ci costa circa 15 euro a testa, ma è veramente ben tenuto e ricco di verde. Lo spiaggione sarà lungo tre chilometri, meno affollato di quanto pensassimo. Dopo poco sto fumando un Romeo y Julieta vendutomi da un cubano (che, mi spiega con fare complice, Chavez e Castro sono amici). Siamo più o meno tutti contenti, Il ristorante italiano di fronte all'albergo, il Viento en Popa, è gestito da ragazzi di Quarto Oggiaro. Ci cucinano un'ottima spaghettata allo scoglio, e ci offrono un giro di Cacique, sono molto simpatici. In serata proviamo ad andare nell'unica discoteca di qua, il Woody's, ma ci sono più buttafuori che persone dentro. Desistiamo, beviamo una birretta in un baretto sulla spiaggia, e poi a nanna.

I giorni trascorrono oziosi sull'isola. Il tempo è clemente, il mare non è dei migliori, ma in fondo si sta bene. Diversi italiani, alcuni dei quali sembrano apprezzare la coca. La vita notturna, qui, è pressochè nulla, domani torneremo a Porlamar per riprenderci da tre giorni di tornei a scopa e passeggiate sul vialone deserto. Il woody's è un ricettacolo di mignotte e falliti. Ieri sera ho bevuto troppo. Qua sembra esserci qualche oggetto di artigianato un po'particolare da portare a casa. La spiaggia è abbastanza popolata, la gente però a sera torna nei villaggi o in città, lasciandoci soli con i cespugli che rotolano e i cani rognosi. Alcuni di noi sono un po' delusi dal Venezuela, io invece sono abbastanza soddisfatto, sebbene un paio di settimane anche in Colombia non avrebbero guastato. Ho fatto tre settimane di mare, in posti sempre diversi e particolari, oltre al viaggio fino al Salto Angel.

Abbiamo lasciato la Isla, ora siamo in viaggio in autobus per Caracas. Gli ultimi due giorni sono stati abbastanza movimentati. L'altro ieri era l'ultimo giorno di Luca e Andre, ci siamo dati un po' agli stravizi, abbiamo anche aperto la bottiglia di cacique Antiguo, alla fine ci siamo tuffati in piscina di notte.. Nudi, io avevo solo un sigaro tipo Hannibal (adoro i piani ben riusciti!). Il giorno dopo eravamo la leggenda del Coco Paraiso, la "padrona" continuava a ridere, ha detto che eravamo quasi arrivati alla fine senza combinare macelli. Ieri siamo stati principalmente in spiaggia, a chiacchierare con due ragazzi di Vigevano che abbiamo conosciuto. Il mare era pulito. Ah, dimenticavo. L'altro giorno abbiamo noleggiato un auto, abbiamo girato un po' la Isla, per poi finire a Playa Caribe, non male ma ci aspettavamo un mare un po' migliore. Alla sera siamo tornati al Senor Frogs, era semivuoto. Il giorno dopo, mentre Andre e Luca erano in spiaggia, io e Marco siamo andati al Pueble de Margarita, una cittadella-museo congelata all'inizio del secolo scorso, con abitazioni e negozi perfettamente conservati. C'è anche un cinematografo con un proiettore enorme e una piccola stamperia. Ma il pezzo forte è l'alambiqueria, e cioè una vecchia distilleria, in cui il vecchio-guida ci ha spiegato il processo di fabbricazione del rhum, dalla cottura della melassa di canna da zucchero alla distillazione.
Tornando a ieri sera, siamo andati a cena in un ristorante di carne a Pampatar, con Checco, Maurizio e gli altri ragazzi del Viento en Popa. Ci siamo abbuffati di cerdo e lomitos, finalmente un po' di carne buona. Chiacchierando, abbiamo scoperto che:
- commissionare un omicidio costa circa 200 euro, la stessa cifra che serve per corrompere un poliziotto per "chiudere un occhio".
- A Margarita prezzi e criminalità stanno aumentando, di conseguenza il turismo sta diminuendo. Playa el Agua, ad esempio, un paio di anni fa sembrava Rimini ad agosto, ora sembra Gatteo Mare a giugno. I ragazzi pensano di vendere tutto e migrare in Brasile.

Caracas

Siamo arrivati a Caracas dopo un viaggio della speranza in pullman; ne abbiamo trovato uno che partiva "ahorita" da Cumanà, alle 10 di sera ci scarica nella stazione della capitale. Il tassista pippato ci ha portato nella zona Los Caobos, all' Hotel Renovacion, in av. Este 2 n°154, pulito e a prezzi onesti. Il tempo di darci una pettinata e ci siamo buttati nella Rumba Caraqueña. Prima siamo andati a Las Mercedes, un viale costeggiato da diversi locali, che però non ci sono sembrati un granchè. Alcune discoteche volevano parecchio solo per entrare, e viste da fuori sembravano dei buchi, tipo l'Hollywood a Milano. Dopo un hamburguesa volante, ci siamo fatti portare a questo San Ignacio di cui tutti parlano. E' un centro commerciale a più piani, i ragazzi vagano sulle scale mobili davanti ai negozi chiusi, sembra un piano sequenza di Sorrentino. A piano terra, ci sono una decina di bar-discoteca, dove corpi ansanti e sudati si agitano nella mischia, al ritmo dei tormentoni dell'estate venezuelana. Dopo diverse tappe, decidiamo di dirigerci verso l'hotel per il meritato riposo. Il traffico è abbastanza fuori controllo, si rischia di venire investiti anche se si attraversa col verde. I taxi più sicuri sono quelli regolari con la targa gialla, ma se ispira fiducia si può provare un "pirata", che applica tariffe più oneste ma in alcuni (rari) casi si rivela un rapinatore, spesso improvvisato.

Caracas

Ultimo giorno a Caracas. Ci svegliamo, il tempo di una doccia e siamo pronti per girare un po' la città, in attesa di andare all'aeroporto. L'albergatore ci consiglia di andare al Sandil, una specie di mega centro commerciale, ma a noi non interessa proprio. Prendiamo la metro alla stazione di Belles Artes e, in fila per acquistare il biglietto, conosciamo tre italiani, di cui uno qua da 13 anni, che stanno andando a fare un giro in centro. Alla fermata di Capitolio si concentrano le maggiori attrazioni della città: il parlamento, la cattedrale, il Museo Bolivariano (con reperti forse non indispensabili, come le calze ed il rasoio del Libertador), e la sua casa natale, dove di interessanti ci sono dei bei quadri e affreschi di Tito Salas che raffigurano le gesta dell'eroe. C'è inoltre il famoso albero sotto cui il giovane Simòn stava a studiare e a pensare come cambiare il mondo; il panorama dietro è però rovinato da un osceno palazzone in disfacimento. Dopo questo interessante intermezzo ci riposiamo sotto gli alberi in Plaza Bolivar, sui cui rami scorrazzano scoiattoli nere e iguane. Passeggiamo nei dintorni ma, a parte un'umanità variegata e qualche bel murales, c'è poco da vedere. Un tassista, infine, ci riporta all'aeroporto, per l'aereo con detinazione Madrid. Ah già, l'aeroporto, naturalmente, si chiama Simòn Bolivar.

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Diari di viaggio: "Lambratesi in Malesia"

Kuala Lumpur

Oggi, con un volo da Phnom Penh, siamo arrivati nella capitale della Malesia. Dopo aver pagato una cifra astronomica al tassista che ci ha portati in città, troviamo alloggio nel peggior albergo di chinatown, quattro letti in una stanza squallida, bagni in comune. Capiamo subito che la Malesia non è economica come il resto dell'Indocina. In serata abbiamo giusto il tempo di fare un po' di foto sotto le Petronas Tower, che si spengono circa verso le 23:00 lasciandoci in una triste penombra poco fotogenica. Dirottiamo allora in una delle vie più caotiche della città, la Sultan Ismail, che pulsa di vita notturna. La città ricorda le scenografie alla Blade Runner, la popolazione è del tutto eterogenea, malesi, cinesi, indiani, musulmani, ma in giro si vedono poche facce occidentali. In un locale, al cui centro della pista c'è un acquario con due squali dentro, facciamo le ore piccole prima di tornare al nostro tugurio.

KL - verso la costa - Kuala Selangor

Risveglio della camerata, malumori di chi se ne vorrebbe andare da Kuala Lumpur. Passiamo la mattinata nel giardino ornitologico, un immenso parco coperto da reti in cui volano innumerevoli e coloratissime specie di uccelli. Dopo una colazione abbondante fra tucani e fenicotteri, ci dirigiamo verso l'inevitabile servizio fotografico diurno alle Petronas. Sembra davvero esserci poco altro da vedere in questa città.
Alle tre di pomeriggio, con un colpo di mano, fermiamo un tassinaro e gli diciamo di puntare verso Kuala Selangor, una cittadina sulla costa con diverse cose interessanti da vedere.
La prima è il vecchio forte portoghese, dove fra le mura ed i cannoni arrugginiti vive una numerosa colonnia di scimmie, dei macachi i cui cuccioli sono di un color giallo vivo. Si può arrivare in cima alla collina anche con un trenino turistico, ma è di una tristezza infinita, la salita non è molto impegnativa; una bella passeggiata è molto meglio. Stiamo attenti a schivare i bisognini delle scimmie che vediamo saltare da un albero all'altro. Il panorama sul mare è molto bello, mi ritrovo a fantasticare su storie di pirati, arrembaggi e sandokanate varie. Al ritorno dalla gita al forte, conosciamo due ragazze, un'olandese ed una laotiana, che si aggregano a noi. Ceniamo assieme e decidiamo di andare a vedere le colonie di lucciole che abitano lungo il fiume. Alla stazione degli autobus non c'è anima viva, mancano solo i cespugli che rotolano. Senza perdere coraggio, entriamo in un internet point nella piazza, per chiedere informazioni al giovane gestore malese, Roy. Fortunatamente parla un po' di inglese, ma non sa se ci siano mezzi pubblici che arrivino fino al fiume di notte. Con molta disponibilità, chiama un suo amico, Texas, il quale si offre addirittura di accompagnarci lui. Dopo una mezzoretta di macchina, arriviamo al fiume, dove prendiamo due sampan che si inoltrano nel buio sulle acque scure e placide. Lo spettacolo delle lucciole è notevole, popolano a milioni gli alberi lungo le rive, pulsando come luminarie. Il silenzio è rotto solo dal fruscio della vegetazione e da qualche rana che gracida. Quando torniamo a riva, Roy e Texas ci chiedono se abbiamo sonno. Alla nostra risposta ovviamente negativa. ci portano prima in un luna park nelle vicinanze, e poi in un bar karaoke vicino al porto. Fra un piatto traboccante di polipi piccanti, una cantatina, balli e fiumi di birra, ci divertiamo come dei ragazzini. Frase conclusiva della serata, di Andre rivolto a Roy: " I send an email to you when I put my foot on the italian pocodio". No comment. Ora solo il ventilatore sopra di noi agita la notte, fuori scroscia la pioggia. Il dio dei viaggiatori è con noi, basta non perdere mai la speranza di trovare gente amichevole.

Palau Langkawi

Dopo l'ennesimo viaggio della speranza in pullman, con non poche difficoltà logistiche, traghettiamo sull'isola di Palau Langkawi. La giornata in cui arriviamo il cielo è nuvoloso, il mare mosso e torbido, l'umore non alle stelle. Noleggiamo una macchina, visti i prezzi convenienti, una decina di euro a testa al giorno. In giro per l'isola pochi turisti occidentali. le donne sono coperte dal velo da testa a piedi, noi le abbiamo ribattezzate scherzosamente Cattivik, se il velo è nero, o uova di Pasqua (Cattivik colorati).
La giornata di oggi, però, è stata ricchissima di avvenimenti. In mattinata, siamo andati a vedere le meravigliose cascate al centro dell'isola. Sono alte un centinaio di metri, cinte dalla vegetazione lussureggiante, e formano un laghetto principale e diverse pozze di acqua cristallina. Ci rilassiamo nell'acqua fresca, sotto il getto d'acqua, mentre alcune scimmiette ci guardano curiose mentre spolpano dei grossi frutti arancioni. Dopo un pranzetto veloce in un bar lungo alla strada, torniamo in albergo, dove ci accordiamo con Crocodile per un tour delle isole. Crocodile è il nostro nuovo tour operator, un malese scatenato, biondo e col fisico da californiano in trasferta. Ci imbarchiamo per un pelo. La barca guizza fra le isole verdi, l'acqua è turchese e il clima non potrebbe essere migliore. Nella prima isola in cui attracchiamo, facciamo il bagno nella laguna salmastra, e poi camminiamo lungo il sentiero che gira tutto il perimetro dell'isola, regalando scorci da cartolina. Nell'isola successiva, ci fermiamo nella rada per vedere le maestose aquile, simbolo dell'isola, che volteggiano su di noi e si buttano a capofitto nell'acqua per pescare. Infine, nel pomeriggio inoltrato, approdiamo sull'ultima isola, la più bella. Qui ci tuffiamo e a pochi metri da riva c'è una splendida barriera corallina, non saprei elencare tutti i pesci che vedo, ci sono anche un paio di cernie scure enormi che si lasciano avvicinare.
Sulla barca, al ritorno, sentimenti alla Corto Maltese. Serata alla Reggae House, complessino dal vivo e Tequila Sunrise, e poi tutti a nanna.

Oggi è la giornata in cui ci lascia Andre, per cui pianifichiamo un programma poco impegnativo a zonzo per l'isola. La mattina gironzoliamo per lo Snake Sanctuary, un giardino-rettilario in cui, a dire il vero, i serpenti sono tenuti in condizioni un po' tristi. Ne stuzzichiamo un paio con un bastoncino per vedere se reagiscono, sono un po' intorpiditi. Alle pareti di una sala, foto impressionanti di gente morsa o ingoiata intera. Visto che il traghetto di Andrea parte per Georgetown nel tardo pomeriggio, andiamo alla pista di go-kart per fare un paio di gare. Il tracciato è molto divertente, essendo noi in ciabatte optiamo per la guida a piedi nudi, che lascerà qualche vescica. Serata useless.

Giornata naturalistica. Ci imbarchiamo di buon'ora per Coral Island. Il viaggio è piacevole, mi stravacco ad abbronzarmi su una sdraio, sul ponte della nave, con l'mp3 di Marco. L'isola è molto suggestiva, forse un po' troppo affollata nei ritrovi, ma sott'acqua ci si sente liberi, fra grossi pesci variopinti, coralli e mille altre creature. Passeggiamo nella foresta, e poi ci dedichiamo a nutrire squali pinna nera, alcuni dei quali lunghi un paio di metri. Ci avventuriamo nell'acqua fino alla vita, e agitiamo pezzi di pesce sott'acqua. Centinaia di pesci colorati si azzuffano per cibarsi, ma scappano quando arriva qualche squalo. Ci raccomandano di tenere le dita a pugno, consiglio che adottiamo, e presto siamo letteralmente circondati di pinne minacciose. A quanto pare sono inoffensivi per l'uomo. Sarà, ma quando iniziano a nuotarci intorno a decine non è che siano proprio rassicuranti. Fortunatamente, torniamo a riva con tutti gli arti attaccati. Decidiamo di andare a pranzare, al sicuro sul pontile. Il viaggio ce l'ha proposto il nostro amico Crocodile Dundee, e anche stavolta non ci siamo pentiti.

Cena opulenta a base di pesce (a furia di vederne vivi ci era venuto appetito), con musicista francese che canta anche Bella Ciao. Se c'è una cosa che però manca a Langkawi è la vita notturna, per cui andiamo a letto alle 11 come dei bravi ragazzi. Domani parto solitario verso le isole thailandesi, visto che io ho voglia di mare, mentre Luca e Marco hanno deciso di andare a Chiang Mai, nell'estremo nord. Sono indeciso fra quelle sul versante occidentale (Phuket, Koh Phi Phi) o le altre, principalmente Koh Samui. Credo che, se la notte non mi porterà consiglio, domani tirerò una moneta.

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Diari di viaggio: "Lambratesi in Laos"

Laos - Vientiane

Dopo una decina di giorni nelle acque cristalline di Koh Chang, il mio spirito guida mi spinge verso nord, e decido di intraprendere il non facile tragitto verso il Laos. Attraverserò la frontiera dalla parte di Nong Khai. Un'alba terribilmente meravigliosa attraversa le sbarre del finestrino, mentre sono nel cesso del treno a fumarmi una sigaretta. Ho dormito relativamente bene nella cuccetta, mi sento abbastanza riposato. I tagli che mi sono fatto sui coralli sembra stiano cicatrizzando bene, non voglio che facciano infezione come in Sudafrica. Fra un po' dovremmo essere al confine laotiano.
L'ingresso nel Paese è un po' uno sbattimento. Non avendolo fatto con nessuna agenzia, ho passato circa un'ora fra bolli, code, firme ecc. Tassa di ingresso di 35 dollari, che varia a seconda della nazionalità di provenienza secondo parametri difficili da capire. Cambio subito 200 dollari, mi danno qualcosa come due milioni di kip, un malloppo voluminoso di banconote. Oltre frontiera, ho preso un tuktuk-furgonato. Fare capire all'autista dove fosse la Syri guesthouse è stata un'impresa, gli mostravo la cartina ma non dava cenni di orientamento, neanche minimi. Non capiva una sola parola nè di inglese, nè di francese, italiano neanche ho provato. Alla fine ce l'ho fatta, fino a Vientiane, durata del tragitto circa tre quarti d'ora. Pochi sanno che Vientiane significa "città del sandalo". Alla Syri mi danno una camera al primo piano, arredata con mobili coloniali tarlati. La guesthouse è dietro lo stadio, non lontano dal centro. Passo il pomeriggio in bicicletta, gestilmente messa a disposizione dalla sciura in reception. Devo farmi aiutare da lei per togliere il complicato cavalletto. La città non è grande, ma alcune salite sotto il sole cocente sono massacranti. Arrivo madido in cima ad una strada e mi trovo proprio davanti al Patuxai, una specie di arco di trionfo nerastro, costruito per festeggiare l'indipendenza della Francia. Non lontano c'è il meraviglioso Pha That Luang, uno stupa eccezionale completamente ricoperto di lamina dorata che scintilla nel sole tropicale. All'interno, due giovani monaci scambiano piacevolmente due chiacchiere, dicono che devono perfezionare il loro inglese. Vogliono che racconti loro dell'Italia, ma da come ne parlano ho il sospetto che non abbiano la minima idea di dove si trovi. Fuori dal tempio, trovo una gomma sgonfia, e guarda caso uno zelante guidatore di tuk tuk si offre di riportarmi indietro. Ho la vaga sensazione di essere vittima di una piccola "truffa", ma il costo del passaggio è talmente irrisorio che decido di non pensarci. Qui in giro mi guardano con curiosità, non ci sono molti farang in giro. Solo i monaci parlano qualcosa di inglese, con gli altri mi esprimo a gesti o come riesco. Mi addentro, dopo avere legato la bici, in un mercato all'aperto. Le tende che lo ricoprono sono talmente basse che sono continuamente obbligato a chinare la testa, suscitando l'ilarità composta di alcune venditrici. Si vende di tutto, ma è la zona della carne a suscitare stupore e meraviglia. Ci sono ratti secchi, altri che sembrano cani scuoiati, la carne spesso si vede a fatica sotto i nugoli di mosche. Più tardi, mentre mi rilasso nel parco di un tempio all'ombra di alberi giganteschi, due donne, madre e figlia, mi offrono delle specie di involtini di mais avvolti in foglie di banano. Tentiamo di comunicare ma l'impresa è ardua. Dopo un po' se ne vanno, salutandomi sorridenti. L'atmosfera di Vientiane è molto rilassata, coloniale e pigra.
Alla sera, ceno in un ristorante francese pretenzioso in piazza Nam Phou, scambiando due chiacchiere con un panciuto ed ilare canadese che è qui per lavoro. Questa piazza dovrebbe essere il cuore pulsante della città, ma di vita sembra essercene ben poca. Durante la notte vengo molestato dalle zanzare e sono costretto a farmi una doccia di Autan. Domani compio 29 anni.

verso Vang Vieng

E' l'alba, fuori è ancora buio. Non sono sicuro se si tratti di sogno o realtà, ma sento una voce femminile che grida Hallo! Hallo! Quando mi sveglio completamente, mi affaccio dalla finestra e sento questa ragazza che racconta al gestore della guesthouse di essere stata derubata. E' inglese ma dai tratti orientali. In pratica dei ragazzi in moto hanno offerto a lei ed al suo ragazzo un passaggio. Lei ha messo il suo marsupio nel cesto sul manubrio e non appena è scesa, quello è ripartito a tutta birra. Poverina, ha perso passaporto, soldi, cellulare, e non sa come fare; non fa altro che ripetere "I can't believe it", anche perchè dice che è stata anche in Cambogia e Birmania e non pensava che una cosa simile le capitasse nel pacato Lao. Dice " a lot of money" e un sacco di sterline sono un patrimonio in questo Paese, penso che il motociclista ci vivrà per un anno almeno. Vabbè, già che sono sveglio mi faccio una doccia e vado a cercare qualcosa da mangiare. Mentre passeggio penso che in città ci sia ancora poco da vedere, e decido di proseguire verso nord. In una agenzia di autobus compro il biglietto.
La giornata, poi, è decisamente movimentata. Mi sono sparato tre ore di pullman per arrivare a Vang Vieng, e lottando duramente ho ottenuto un posto onesto, quello in mezzo in fondo, dove posso allungare le gambe. La strada per il primo centinaio di chilometri si snoda fra dolci pianure, lievi declivi e risaie. Qualche edificio coloniale, chioschetti ai lati della strada, laghetti in cui si rinfrescano dei bufali. Un contorno suggestivo, che diventa presto montagnoso, il bus tossicchia lungo le salite. La sensazione di lasciarsi alle spalle la civiltà assieme all'assonnata Vientiane. A colpo d'occhio sembra un paesaggio estivo alpino, solo le case su palafitte e le risaie, assieme alla vegetazione, mi ricordano di essere in Indocina. Quando passiamo su un ponte scricchiolante, io ed un ragazzo tedesco ci guardiamo e facciamo il segno della croce, sorridendo poi per il pericolo scampato.
Arriviamo a Vang Vieng, che è un borgo appena poco più grosso di quelli che abbiamo attraversato venendo. Ha due strade principali, di cui una si snoda sul fiume. Prendo una camera al Thavisak Guesthouse per 5 dollari, pulita e con ventilatore. Il caso vuole che oggi compio 29 anni e mi diano la stanza 29. Sul soffitto si rincorrono decine di gechi. Mi aggrego ad una compagnia di australiani, sebbene spesso il loro inglese non sia proprio accademico, e giriamo la città. Quello che in controluce sembra un grosso pipistrello in realtà è.. una farfalla! Si avvicina a me fin quasi a farsi toccare, poi vola via, verso il fiume. Il pranzo si trasforma presto in una festa non stop per il mio compleanno, e mi emoziono un po' quando tutta la compagnia, che si è ingrossata fino ad una ventina di persone, mi regala una torcia per la testa e mi canta "tanti auguri" in quasi-italiano. In serata, un po' brilli, andiamo a rilassarci sui comodi cuscini e tappeti di un baretto sulla strada principale, gli australiani si scatenano e ordinano special bread, tè ai funghi e altre pietanze vagamente allucinogene.

Vang Vieng

Giornata all'insegna dell'ozio semi-avventuroso. Dopo una colazione sostanziosa, ci siamo organizzati per il tubing. In pratica, un furgoncino ci porta sulle rive del fiume, circa 5 chilometri a monte della cittadina. Lì ci danno delle camere d'aria di pullman e ci buttano in acqua. Lungo la discesa, diversi baretti di bambù lungo le rive, aggrappati ai margini, in cui non manchiamo di fermarci e ordinare "lam en cok" , una sorta di cuba libre fatto con un rhum terrificante. Ogni stop è un secchiello di questa bevanda, per cui dopo un po' la visione della scena si fa vagamente confusa. Ci sono anche dei rudimentali alti trampolini e funi, che permettono di fare tuffi spettacolari nel Nam Song. Ci buttiamo più e più volte nel placido fiume marrone, che è in piena e dobbiamo affrontare solo un paio di rapide ridicole. Mentre ci lasciamo dolcemente cullare dalla corrente, ci scambiamo brindisi e tentiamo acrobazie sui pneumatici; sono l'unico che riesce a mettercisi in piedi, in una sorta di parodia del surf, e mantengo alto l'onore italico nel mondo. La ragazza inglese mi dice "What are you doing crazy italian!". Posha, il cui succinto costumino è inaffrontabile senza mancamenti, dice che con la bottiglietta di rhum sembro un pirata. La montagna alla nostra destra, a picco e ricoperta di vegetazione, incombe solennemente su di noi. Mi spiace di non aver portato con me la macchina fotografica, per ovvi motivi, ma conservo dei ricordi meravigliosi della giornata. Arriviamo in città quando il sole sta ormai tramontando, spiaggiamo su un argine liberato da arbusti e bambù. Mentre torniamo alla base, sbircio dentro qualche casetta. Le famiglie mangiano su un tappeto per terra, guardando ipnotizzati la tv. Anche nei bar, i giovani avventurieri farang siedono su molli divani e guardano puntate dei Griffin. Mi chiedo che senso abbia venire in Lao per vedere la televisione.
Serata solitaria in un baretto sul Nam Song, la cui presenza è invisibile nel buio ma imponente; decido che il fiume si chiama Song perchè quando scorre sembra che canti.

Luhang Phrabang

Partenza iperpiovosa verso Luhang Phrabang, cielo plumbeo. Il viaggio in minibus, di qualche centinaio di chilometri, attraversa montagne lussureggianti di verde ed incoronate da basse nuvole. Diversi villaggi, veramente rustici e di massimo una ventina di case, con sciami di bambini, vacche, oche eccetera. Sui terrazzamenti, la gente coltiva il riso in maniera tradizionale, con il tipico cappello di paglia a cono e la schiena ricurva verso l'acqua.
Luhang Phrabang confonde le idee, disorienta, girandola in bici mi ci perdo piacevolmente. In verità avrei voluto noleggiare un motorino, ma deve essere successo qualche casino in passato perchè mi dicono che ai farang non li noleggiano più. LP E' forse l'unica città in Lao in cui i turisti si notano, ristorantini e mercatini hanno un aspetto più moderno rispetto al resto del Paese. Mi inerpico per i 330 scalini che portano al That Wat Chomsi. Dall'alto del monte Phousi si può cogliere una visione d'insieme della città, che è su una lingua di terra alla confluenza del Mekong e del Nam Khane. Poi mi dedico a fare un po' di compere, fra i prodotti più tipici ci sono delle larghe sciarpe di seta che sono stupende. Di solito non mi abbandono a shopping sfrenati, ma ci sono diversi oggetti notevoli ed è un piacere mercanteggiare pacatamente per comprarli. Compro anche un lungo portapenne di pietra intagliata, ne avevo già visti di simili a Vientiane e mi ero mangiato le mani per non averne preso uno.
Più tardi rincontro Posha e i suoi due amici inglesi, ci ripromettiamo di vederci più tardi al Lao Lao Garden. Qui ceniamo e ci concediamo una bottiglia di vino bianco, che, pur essendo io abituato a bere vino, mi dà una mazzata allucinante, io e Posha siamo più che brilli. Fuori, ci avvicina un ragazzo per venderci dell'erba, che gentilmente rifiutiamo.

Luhang Phrabang

Stamattina mi sono svegliato un po' rintronato per via dei bagordi di ieri, con piacevoli seppur vaghi ricordi della serata. Decido di dedicare la giornata alle escursioni nei paraggi. Contratto 25 dollari (una cifra probabilmente enorme) per un minipulmino ed una guida che mi accompagnerà tutto il giorno. Prima andiamo al villaggio di Ban Xanhai, famoso per la preparazione artigianale di liquore di riso, ed altra oggettistica più tradizionale. Bottiglie di liquore di riso con serpenti, scorpioni e millepiedi. Poi, passando per una strada disastrosa, arriviamo al villaggio di Pak Ou; da qui traghettiamo con una piroga sull'altro versante del Mekong, per andare a vedere le sacre grotte in cui un tempo vivevano degli eremiti. Saliamo diverse scalinate. Dei bambini vendono degli uccellini in delle gabbiette di vimini, ripetono "uan dola! uan dola!" Nel buio di queste grotte l'atmosfera è surreale, i fasci di luce delle torce illuminano le migliaia di statuette di Buddha tutte diverse lasciate dai pellegrini. Dopo il pranzetto di pesce sul Mekong, la mia guida, che si chiama Dui e parla poco inglese, mi chiede se io voglia una ragazza lao per fare bum-bum. Declino cortesemente la sua offerta, e lui fortunatamente non insiste. Nel pomeriggio passeggio pigramente per traverse poco affollate di LP, tentando di rubare qua e là qualche attimo di pace e qualche scorcio suggestivo. Teli arancioni lasciati ad asciugare nel giardino di un tempio, anziani che chiacchierano seduti sui parapetti lungo il fiume, bambini che giocano a rincorrersi.

verso Vientiane

Mi sveglio presto, all'alba, senza che mi vengano a chiamare. Ho il pullman per Vientiane alle 8, e ne approfitto per fare un ultimo giro della città. I monaci sfilano in processione per chiedere l'elemosina, li sento tintinnare e faccio appena in tempo ad affacciarmi e a vedere la colonna arancione. Quando scendo, però, sono già scomparsi chissà dove. Le strade iniziano a prendere vita, ronzanti di tuk tuk e di gente. Vado in un mercatino di strada dove vendono alimenti, tutto su semplici stuoie per terra. Le donne agitano grossi ventagli per scacciare le mosche, ma non sembra funzionare molto; mi guardano e ridacchiano, falang falang, mentre altri sono del tutto impassibili alla mia presenza incongrua. Spezie, rane a mazzetti legate per le zampe, anguille e giganteschi pesci gatto ancora vivi che si dimenano nelle ceste. E poi dei bozzoli che sembrano frutti, la venditrice li sbuccia e dentro ci sono delle enormi larve bianche che si agitano mollemente per la luce improvvisa.
L'autobus parte in orario; il viaggio massacrante, di fianco alla graziosa Nu, è addolcito da paesaggi splendidi, forse più che all'andata. La strada è tutta una curva, la vecchia che siede due posti davanti a noi sbocca e sputa dal finestrino ogni 10 minuti. Nu vorrebbe scambiare due chiacchiere, ma il suo inglese ed il mio stordimento ci impediscono di andare oltre poche frasi di cortesia. Mi offre una cicca. Poi le montagne lasciano posto alla pianura e ben presto siamo nella capitale, più caotica di quanto la ricordassi. Anche l'autista. che vedo sbadigliare nello specchietto, accelera un po' non essendoci più precipizi ai lati della strada. All'arrivo, saluto Nu e prendo un tuk-tuk per 7 dollari (prezzo farang) fino alla frontiera, in cui sbrigo velocemente le formalità, e corro in stazione. Acchiappo appena in tempo l'ultimo treno per Bangkok. Mangio riso scotto e maiale dolce che ho preso in stazione mentre il treno era già praticamente in movimento. Il convoglio, che purtoppo non ha cuccette ma solo rigide panche, si tuffa nella notte, direzione sud. Mi adatterò a dormire così, anche perché non ho alternative, tenendomi abbracciato ben stretto al mio zaino che contiene le mie cose, per evitare furti. che dicono essere non rari in questi viaggi notturni.

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Diari di viaggio: "Lambratesi in Thailandia"

Bangkok

Infine sono arrivato. I mesi scorsi sono sgocciolati trasformandosi in settimane, giorni, qualche ora di aereo stropicciato in seconda classe. Clima all'arrivo: afa insopportabile, smog, insomma, niente di nuovo rispetto ad un normale agosto a MIlano. L'autobus dall'aeroporto mi scarica direttamente in Khao San Road, enclave di guest house, negozietti e turiste scollacciate. Prendo una camera modesta alla Sawasdee House, a circa 4 euro a notte. La stanza, con l'indispensabile fan (ventilatore) è ridotta all'essenziale, i bagni sono in comune ma tenuti bene, il panorama non proprio stupendo. Ma mi piace quest'atmosfera da ostello, da centro di smistamento di giovani occidentali in cerca di esotismo. Inoltre il bar ristorante, che si affaccia in Soi Rambutree, è abbastanza caratteristico e movimentato. Mi piace affacciarmi a fumare dalla finestra del corridoio e vedere gente che passeggia nella strada sottostante, anche ad ora tarda.
Bangkok (o Khrung Thep, come la chiama chi vuole atteggiarsi ad esperto dei luoghi, nel qual caso dovrebbe chiamarla col suo vero nome, che è Krung Thep Mahanakhon Amon Rattanakosin Mahinthara Ayuthaya Mahadilok Phop Noppharat Ratchathani Burirom Udomratchaniwet Mahasathan Amon Piman Awatan Sathit Sakkathattiya Witsanukam Prasit) beh, è una metropoli orientale confusa e visionaria, ma tutto sommato coerente, sudata e affollata ma con dignità. Gli abitanti sono generalmente affabili, a volte sconfinano nella molestia nel tentare di vendervi qualcosa, ma in generale si può girare abbastanza tranquillamente. Sembra lontana la sinistra ombra della violenza che di solito si accompagna alla povertà, come ad esempio nelle metropoli sudamericane. Tradizione e progresso in un mix abbagliante, bonzi in fila ad un bancomat, punkabbestia, guidatori di tuk tuk che vi vogliono portare a qualche ping-pong show, sarti indiani, routard di lungo corso. Non è raro vedere gente che dorme per strada, anche (forse soprattutto) di giorno. Il costo della vita è irrisorio per un occidentale.
Oggi mi sono sentito un po' solo, nonostante in serata abbia conosciuto una coppia di olandesi. Sarà lo spaesamento dell'arrivo. In piena notte, rosolavo nel letto per il caldo e ho deciso di scendere a fare due passi in strada. Ho acquistato da un ambulante un cartoccio di "mix croccante", composto da locuste, camole, rane, grilli ed uno scarafaggio gigante. Sbocconcello un po' le cosce delle cavallette, poi lascio perdere. Ho già capito che voler prendere precauzioni igieniche in Thailandia è come voler nuotare senza bagnarsi.

Bangkok

Mi sono svegliato praticamente all'alba, il tempo di una doccia fresca e di una tazza di te e sono uscito. La meta era il tempio enorme di Wat Salamadoi, ma siccome era troppo presto mi sono fatto un giro per un mercato di bancarelle. Odori speziati carichi di un sentore di marcescenza; ero l'unico "falang" nei paraggi. Ho mangiato uno spiedino di credo (spero) pesce, mentre una pantegana passeggiava indisturbata fra i venditori. Dopo il Buddha di smeraldo, mi concedo una scorrazzata in tuk tuk, una cena nella luccicante Patpong, qualche acquisto di ricordini per amici e parenti.

In viaggio verso le isole

Dopo una nottata pressochè insonne, ho fatto una passeggiata mattutina in Khao San. Qui pullulano piccole agenzie di viaggi e tour operator vari. Di solito tento di evitare intermediari, ma quando leggo che per poco più di 5 euro appoggiano le mie scarne chiappe sulla sabbia dell'isola di Koh Chang, mi lascio convincere. La mia guida ne parla bene, sembra un'isola con dei bei posti ancora non interamente sacrificati al turismo di massa. Sul pullman, un viaggio durato 7 ore quando in moto ne avrebbe richieste un paio andando piano, ho conosciuto un altro ragazzo olandese, Koen, che mi sembra abbastanza esperto di queste zone. Infatti vaneggia di arrivare, dopo Koh Chang, direttamente in Cambogia, passando per zone che sulla mia mappa sono segnate a foresta. Dopo un po' di attesa, ci siamo imbarcati. Inutile dire che la puntualità in Thailandia è molto elastica, ma essendo italiano sono vaccinato. Ora sono sul traghetto, il mare è un tappeto nero, ci si potrebbe camminare sopra. Il tramonto è da cartolina, con immancabile stormo di uccelli che si staglia contro il sole arancione. La solitudine di ieri sembra svanita.

Koh Chang

Ieri sera, dopo la traghettata, siamo arrivati sull'isola ed era già buio fitto. Abbiamo buttato gli zaini su un pick-up collettivo e siccome eravamo troppi, io ed un altro ragazzo stavamo aggrappati fuori, sul predellino. Il conducente ha chiesto a tutti dove scendessero, e quando Koen ha detto Lonely Beach sono stato tentato di andarci anch'io, ma non mi son fatto incantare dal nome suggestivo e son sceso a Khong Phrao. Qui purtroppo c'era solo un resort carissimo (cioè, 40 euro a notte, che in Thailandia sono un'enormità). Mi sono quindi fatto dare un passaggio fino a White Sand Beach, la parte forse più turistica dell'isola, ma anche quella che offre più opportunità di sistemazione. Infatti, nonostante fosse tardi, ho trovato un procacciatore. Aveva la faccia abbastanza inaffidabile, per cui non ho esitato a seguirlo sulla spiaggia nel buio, con lo zaino in spalla. La buona stella mi ha dato una mano, poichè non aveva cattive intenzioni e mi ha portato ad un complesso di palafitte proprio all'estremità settentrionale della spiaggia. La mia camera, che pago 3 euro a notte, è più che in spiaggia, sento la risacca sotto le assi di legno del pavimento. Una zanzariera rattoppata avvolge il letto, e il bagno, a parte l'immancabile scarafaggio, è presentabile. La cosa divertente è che di notte, oltre ad una certa ora, si alza la marea e per arrivare in camera ci si immerge nell'acqua fino a mezza coscia. E' una sistemazione spartana ma la gente sembra simpatica. Dopo un piatto di pollo e riso, e due birre, sono andato a letto. Ora è l'alba e guardo la poca gente sulla spiaggia, che alla luce del giorno appare lunga almeno un chilometro verso sud, oltre ad un altro chilometro a nord del grande scoglio su cui si aggrappa la mia palafitta. La parte più a settentrione è ancora più intonsa, giusto qualche casetta ben integrata e sabbia, fine e pulita. Qualche farang che cammina ozioso, qualche barca da pesca, delle donne che rovistano in una cesta piena di piccoli gamberetti. La mascotte del bar-palafitta è Beckham, una scimmietta irriverente che ieri sera mi ha divertito moltissimo, distraendomi da alcune poppute clienti.
Oggi sono andato a pescare sugli scogli all'estremità nord. Ho preso in un negozietto il filo, qualche amo (troppo grosso per i pesci da scoglio, ma non ne avevano altri) ed un galleggiante di sughero. Mi sono brasato la pelle e la mattinata è passata in modo spensierato. Come esche usavo chiocciole e qualche vongola che riuscivo a staccare. I pesci si attaccavano, ma essendo gli ami troppo grossi pasteggiavano e se ne andavano. Solo uno, sfortunato, è rimasto attaccato ad una branchia, l'ho messo vivo in un sacchetto d'acqua per farlo vedere agli altri. Sugli scogli c'erano due bambini che pescavano, ma avevano ami ancora più inadatti dei miei. Gliene ho regalato qualcuno, ma non sembravano aver capito, nonostante il mio gesticolare che mimava pesci piccoli ed ami enormi, e mi hanno ringraziato perplessi. Nel primo pomeriggio, riappare all'orizzonte l'olandese, Koen, lo apostrofo Lonely Dutch e gli chiedo come sia andata sulla sua Spiaggia Solitaria. Mi dice che gli hanno fregato 4000 Baht, e che per dormire si è dovuto spalmare di solo Dio sa cosa perchè degli insetti non gli davano tregua. Ringrazio il mio sesto senso che mi ha fatto fermare a Sai Khao.
Il mio posto preferito in cui sedere, è un tronco scavato a forma di amaca in cima alle scale dell'ostello. E'il varco di accesso, mi permette di gustare la mia birra avendo il mare che ondeggia mollemente a due metri da me. Nel cemento della terrazza, sono state attaccate delle conchiglie. Verso le sette, la mia prima tempesta monsonica. In pochi istanti, il cielo ed il mare si uniscono in un grigio uniforme, l'orizzonte è indistinguibile. Scende acqua a secchiate, nel cielo ci sono dei fulmini spettacolari che tento di catturare bruciando metri di pellicola con lunghe esposizioni. Il cielo poi diventa giallo squillante, è il tramonto, il grosso della tempesta si sposta a nord, e i lampi diventano dei fuochi d'artificio lontani e sordi. Il tutto dura all'incirca una mezzora. Dopo aver fatto un bagno sotto la pioggia, ci spostiamo con altri avventori nella palafitta di un inglese, per uno sbargiollo e due chiacchiere. Dopo un po' fatico a seguire ciò che dicono, soprattutto l'inglese che sbiascica, e me ne vado a letto. Mi piace questa sistemazione selvatica.

Giornata partita male. Mi sono svegliato con un mal di testa e di gola terribile. Devo avere preso la famosa influenza asiatica, quest'anno all'origine. Sono sceso al baretto a prendere una tazza di te, e la sciura Mami mi ha detto che ero bad looking. Infatti mi sono guardato in uno specchio e non avevo una bella cera. Sono ricrollato a letto e mi sono svegliato che la marea era già quasi sotto al balcone, quindi suppongo fossero almeno le 4. Ho abolito qualsiasi cosa mi dica che ore sono. A cena sono sceso per buttare giù qualcosa, l'influenza era al suo culmine più violento e il ragazzo olandese mi ha dato due freesbee di paracetamolo; dopo un paio d'ore il mal di testa e di gola si sono attenuati, ho solo il naso chiuso. In serata siamo andati con due ragazze tedesche a bere qualcosa in un chiringuito, avevo bisogno di distrarmi, e sotto la luna siamo andati a fare il bagno, l'acqua era spettacolare. Sotto il pelo dell'acqua, i nostri movimenti lasciavano scie luminose. Dalle nostre mani si sprigionavano scintille di luce, tracciavamo arabeschi attorno a noi. Luzy diceva che non si poteva trattare di bolle d'aria, poichè le mani erano già sott'acqua. Un fenomeno che ci hanno spiegato solo dopo, ridendo; "Ma come, non avete visto The Beach?". Si tratta di una specie di plancton bioluminescente. In quel momento per noi tre era un'altra piccola magia.

I giorni trascorrono pigramente, passo ore oziando fra la spiaggia ed il bar, non posso chiedere di meglio. Sto velocemente rimpiazzando l'italiano, mi capita spesso di pensare in inglese. Ma a dire il vero, non ho molta voglia di intavolare grandi discorsi, mi sto dedicando al cazzeggio a livelli di eccellenza. Stamattina un'aquila enorme volteggiava sulla spiaggia. Il vecchio, il grande capo della guesthouse qui, si aggira soltanto con un sarong e gli occhiali da sole, sembra un cazzo di Ray Charles thailandese. Ogni tanto mi lancia gualche squardo di intesa, un lampo sopra le lenti nere, come a dire: io si che so stare al mondo. E non gli si può dare torto. Anche io guardo arrivare nuovi ospiti, sotto i loro zainoni, stupefatti e con l'acqua fino a metà coscia. Hanno la faccia che avevo quando sono arrivato io. Ora mi sento integrato, come se ci fossi da un mese, conosco le stradine e la gente, mi sento già un po' a casa.

Giornata in scooter, visita alle cascate, pigrizia diffusa. La ragazza canadese mi sorride, tutti sorridono. Di buon'ora noleggio una motoretta, che dev'essere una di quelle cilindrate impensabili che fanno in Cina, tipo 104. Il tipo mi dà anche un casco, che però deve essere omologato solo per giocare a scacchi, visto che a occhio e croce è di polistirolo. Decido quindi di godermi il vento fra i capelli. Il mio giro dell'isola parte in senso antiorario, nel versante orientale. Ma presto mi accorgo che questo lato ha proprio poco da offrire, una costa brulla e inospitale, qualche colata di cemento, qualche chioschetto allestito per i pochi che passano.Torno verso il lato occidentale. Qui gli scenari sono davvero notevoli, spiaggie tranquille, poca gente. Arrivo fino all'estremo sud dell'isola, alla laguna protetta, dove devo lasciare il motorino per poter accedere, mi danno una bicicletta. La tenuta è grande, scenografie oniriche. Dev'essere bassa stagione, o qualcosa di simile, perchè sembro esserci solo io e qualche vecchio miliardario della Florida. Il parco è stupendo e tenuto molto bene, qualche giardiniere pota i fiori, il cameriere del bar mi porta un pezzo di torta e una bibita "compresa nel prezzo". C'è una specie di estuario di un fiume, e vecchi barconi (direi stile vaporiera del Mississipi) ormeggiati fungono da alloggi. Il tutto in un insieme armonico, non pacchiano. Nell'acqua salmastra nuotano pesci gatto grossi come foche. E poi la spiaggia. Oltre ad essere immacolata, orlata di palme spioventi, accarezzata dal vento tiepido, ha una caratteristica rara. E' deserta. In lontananza alcune isole della Cambogia credo. Dopo un paio d'ore a pensare al destino del mondo sotto una palma, mi avventuro verso delle cascate all'interno dell'isola. Il sentiero è nelle vicinanze dell'ingresso del parco, c'è una sbarra arrugginita. Io da bravo italiano mi avventuro nella foresta in ciabatte, ma per il sentiero sono consigliabili delle scarpette con buona presa, o se si è uomini di mondo a piedi nudi, poichè il terreno non è sempre facile. Dopo un po' arrivo alla cascata, ed è una vera oasi in cui rinfrescarsi e levarsi il sale dalla pelle. Ci sono solo io e due ragazzi, che dicono di essere svizzeri, ma che subito se ne vanno lasciandomi solo immerso nella quiete. L'acqua è limpida ed ha la temperatura perfetta che a casa con la doccia non ottengo mai. Ma un rumore turba questo scenario idilliaco: è il mio stomaco che mi ricorda che è ora di pranzo. Salto di nuovo in sella ed arrivo a Bang Bao, villaggio dei pescatori che sorge su tipiche palafitte. In pratica il paese è un pontile, attorno a cui si aggrappano case, negozietti, ristoranti ecc. In particolare i ristoranti possiedono vasche enormi in cui nuota qualsiasi cosa ingeribile da un essere umano. Crostacei, molluschi, pesci, alcuni veramente particolari, come il famoso limulo, un invertebrato che esiste da 500 milioni di anni. Decido di non contribuire ad estinguerlo ed opto per una specie di sarago gigante e multicolore, in un piatto tempestato di gamberi, capesante e contorni vari. Anche in questo ristorante di turisti ce n'è ben pochi, solo una famiglia di indiani ad un tavolo distante, impegnati come me ad affondare le fauci nei piatti. Un cameriere staziona vicino al mio tavolo, pronto ad ogni mia esigenza. Mi mette un po' in soggezione, e quando mi riempie il bicchiere d'acqua, gli chiedo gentilmente di lasciar fare a me. Mi piace mangiare tranquillo, senza nessuno che invada uno spazio di almeno un metro attorno ai miei gamberoni. Anche il vino è buono, e il conto, di circa una quindicina d'euro, è ben oltre l'onestà. Soddisfatto e satollo, mi avvio verso un'altra baia a metà isola, di cui non ricordo il nome. Questo sembra un vero rifugio per turisti occidentali snob annoiati e ciondoloni, mi bevo una fanta, giusto il tempo di digerire il sarago imperiale. In serata ce la siamo spassata, e abbiamo bevuto anche un po'. Un dopocena in pieno relax al Sabay Bar, con Meika e gli altri, a fumare il narghilè guardando le stelle e l'ozioso moto della marea. Sono di ottimo umore, a parte qualche strascico di influenza. La serata si conclude con Koen e Luzy che sboccano sulla spiaggia, mentre io, rinvigorito per la ritrovata salute, sprizzo energia da tutti i pori.

Oggi, tanto per cambiare, non sto facendo niente. E' giusto che sia così. Questa spiaggia, questo clima, invitano ad una contemplazione senza orari nè scadenze. Faccio due tiri a pallone con dei ragazzi thai, catturo con un sacchettino di plastica una piccola medusa e la regalo a un bambino, figlio di un altro olandese, che la guarda meravigliato. Il padre, labbro leporino e faccia da pirata fiammingo, mi racconta che quando era giovane si è girato il Sudamerica da solo, e condisce gli aneddoti con una risata sibilante. Mi piace starlo ad ascoltare o raccontargli i miei viaggi, lui ogni tanto richiama il figlio che inizia a vagare lontano con la sua medusa. Il tempo sgocciola, mi accorgo di calcolarlo guardando il sole, o a che altezza sia arrivata la marea. All'imbrunire l'acqua arriva ai piedi della mia palafitta. Oggi Meika e Luzy sono partite.

In mattinata presto siamo partiti per una battuta di pesca e snorkeling, un tragitto chiamato cinque isole. Sono andato con i tre francesi, Simon, Olivier ed Annabel; non parlo benissimo francese, ma con un po' d'inglese e un po' di mimica ci capiamo e andiamo subito d'accordo. All'imbarco eravamo un po' delusi, la barca era molto turistica. Ci siamo divertiti tuffandoci dal parapetto con degli orientali, forse cinesi ricchi, che ci scattano le foto stupefatti da tanta tamarraggine mediterranea. Ma appena raggiunta un'isola, ci siamo messi maschera e boccaglio e ci siamo lasciati alle spalle le furgonate di orientali. I quali, devo dire uno spettacolo abbastanza triste, formavano delle specie di catene coi giubbotti salvagente e si facevano trainare da una barchetta di supporto, tenendo la testa sott'acqua col boccaglio. Io e i francesi ci avventuriamo nella circumnavigazione a nuoto dell'isola. Lo snorkeling ci dà grande soddisfazione: é la prima vera barriera corallina che vedo, ed è a mio avviso spettacolare. Coralli di ogni colore, anemoni di mare, stelle marine grosse come angurie. L'entusiasmo non è esagerato, per essere la prima volta. Mi diverto ad inventare i nomi dei pesci che vedo: pesce termometro, pesce sottomarino marrone, pesce sbruffone ecc. In un punto, dove la corrente è abbastanza forte, un'onda mi sbatte contro un corallo enorme e ovviamente mi taglio. Me ne accorgo solo quando vedo che dei pesci mi stanno assaggiando le caviglie, in una nuvoletta rossa. Sulla barca, memore di quanto sia infida e infettabile una ferita da corallo, mi verso sopra del brandy che Olivier gentilmente mi offre. Dopo avere guardato ben bene il fondale ed ogni suo ospite, ci dedichiamo alla pesca dalla barca. Anche qui, sembra di pescare alle vasche del ristorante. Ci sono talmente tanti pesci che alcuni adottano una singolare tecnica di pesca. Montano due ami grossi in fondo alla lenza, a circa 5 centimetri di distanza. A quello superiore attaccano l'esca, di solito un tentacolo di seppia o simili, mentre quello sotto rimane vuoto, con i tre uncini minacciosi. Poi cosa fanno, pasturano con del riso, ed arrivano i pesci. Quelli, quando vedono l'esca, non gli pare vera e ci si abboffano talmente in tanti che basta strattonare la lenza per agganciarne qualcuno con l'amo vuoto sotto. Prendo tre pesci di circa una trentina di centimetri, ed un meraviglioso pesce turchese si stacca dall'amo quando lo vedevo già nel secchio. L'avrei liberato, tanto era bello e probabilmente non commestibile. Gli altri tre però sono buoni, anche i francesi tirano su bene, e in serata grigliamo tutto sulla spiaggia. Serata con birretta e biliardo.

Mi sono svegliato di soprassalto, per delle voci che arrivavano dalla spiaggia. Ho deciso, oggi lascio Koh Chang. Sono triste, devo ammetterlo, è una decisione che mi costa ma non posso passare tutto il tempo su un'isola, per quanto felice. Saluto Koen, Sao, Da e tutti gli altri con malinconia, ci spiace perderci per strada ma ognuno ha il suo viaggio da fare.
Ci sono un tedesco, un francese ed un italiano che devono arrivare al porto. Il tedesco ferma un songthaew (taxi collettivo) il quale gli chiede 150 baht a testa. Il francese, che parla un po' di thai, ne ferma un altro e riesce a cavare 100. L'italiano spegne la sua sigaretta, ferma il primo pick-up che va verso nord ed ottiene un passaggio per tutti.
Arriverò nel tardo pomeriggio a Bangkok, dove prenderò un treno e, secondo i piani, domani mattina dovrei essere a Nong Khai, alla frontiera con il Laos.

Bangkok - Ayutthaya

(Il viaggio riprende dalla frontiera con il Laos, nel nord della Thailandia). Riassumo brevemente gli ultimi giorni. Dopo il viaggio della speranza, dal confine del Laos fino a Bangkok, incontro Marco al Suk 11, che dicono essere uno degli ostelli più belli della capitale. In effetti ad una prima occhiata non tradisce le aspettative, ma purtroppo è pieno, per cui decidiamo di ripiegare sulla Sawasdee House. Ci danno una doppia senza pretese, che si affaccia sul macello ininterrotto della strada sottostante. Ieri lo abbiamo passato girando la città in lungo e in largo, con tuktuk, barca e skytrain, e soprattutto facendo shopping (abbiamo ribattezzato l'artigianato locale "buddhanate"). Nei canali, fra ville sontuose e palafitte marcescenti, gli incontri interessanti non mancano. La vita. lontana dalle arterie d'asfalto, è molto più tranquilla. Uomini che pescano pazientemente, bambini che fanno il bagno nelle acque marroni dei canali, tutti salutano e sorridono. Varani di grosse dimensioni che si arrampicano pigramente sugli argini, le immancabili effigi del re in ogni dove.
Ieri sera siamo andati in Patpong a fare un po' di vasche fra le bancarelle, e siamo entrati a dare un'occhiata in uno dei famosi go-go bar, in cui le prostitute ballano e adescano clienti. Non voglio fare moralismi, ma la situazione non era molto piccante. Le ragazze si agitano annoiatamente, un numero attaccato al costume le identifica. Forse hanno subodorato che da noi caveranno ben poco, perchè non veniamo importunati più di tanto. Offriamo da bere ad un paio di esse per scambiare due chiacchiere. Un grosso orientale ne ha due incollate addosso, noi guardiamo incuriositi le ardimentose manovre sul palco. Le donne si esibiscono con palline da ping-pong, cerbottane, lamette; il come lo lascio all'immaginazione. Qui la prostituzione non è ad esclusivo appannaggio di povere emarginate, ma coinvolge ragazze di tutti i ceti sociali, che la svolgono come un lavoro qualsiasi. Passato lo stupore iniziale per lo show, torniamo fuori fra le bancarelle.
Stamattina Marco si è svegliato presto per andare a prendere Andrea all'aeroporto. Poi siamo partiti in battuta per andare ad Ayutthaya. La città è molto più tranquilla di Bkk, abbiamo fatto un pranzo luculliano e conosciuto due ragazze americane, a cui diamo appuntamento stasera alle 7 al Tony, uno dei pochi locali in città. Di vita comunque ce n'è ben poca, per fortuna veniamo salvati dalla depressione incombente da un prestigiatore di strada che ci delizia con mille giochini divertentissimi.

Ayutthaya

La mattina noleggiamo due scooter e vagabondiamo per la città, fra templi in disfacimento, elefanti, bande musicali con le giacche viola ed enormi Buddha di pietra. Ai piedi di uno di essi svolgiamo il rituale, che consiste nell'attaccare una lamina dorata alla pietra e accendere una candela. Non so se sia contemplato anche la realizzazione di un piccolo desiderio, o se quella di chiedere favori sia un'usanza solo occidentale. Sono poco ferrato sulle usanze religiose, esprimo quindi una richiesta non molto complicata da esaudire. A ora di pranzo abbiamo praticamente visto tutta la città, che a dire il vero ci aspettavamo un po' più caratteristica. Siamo indecisi, vorremmo andare a Lopburi ma temiamo che, una volta visti i tre templi e le famose scimmie, si riveli una città un po' malinconica come qui. Dopo una pacata discussione (i soliti piatti che volano e sedie ribaltate), decidiamo di andare verso il mare. Questo perchè Luca arriva fra tre giorni e non avremmo il tempo materiale di vedere qualcosa di più lontano. Pattaya è la località balneare più vicina, la guida ne parla come di una specie di girone di perdizione e lussuria. E andiamolo a vedere, sto girone infernale! Torniamo quindi a Bangkok in treno, e qui prendiamo un pulmino assieme ad un gruppo di ragazzi israeliani e due olandesi. Arriviamo a Pattaya in serata. La Walking Street è una specie di rutilante succursale di Las Vegas. Ristoranti, negozi e go-go bar immensi. Qui questi posti sono ancora più sfacciati, sono in pratica dei mercati a cielo aperto, le ragazze urlano come matte per farci avvicinare. Gridano " Halò - sexyboy - aliugoing - velcom - massage!" in una sorta di loop ipnotico. Questi posti, lasciata un attimo in disparte la facile morale, sono senz'altro caratteristici, se non altro per farsi due risate. Non c'è sfruttamento, forse meno rispetto a un ragazzo occidentale che lavora in un call-center, e comunque non sta a noi giudicare le usanze di questo popolo, ne abbiamo abbastanza di croci da portare già col nostro. Vorremmo portare Andrea a vedere uno dei famosi ping-pong show, ma il locale sta chiudendo. I ristoranti vendono aragoste di dimensioni spropositate, sembrano cuccioli di alano. Ne facciamo pesare una per curiosità, è quasi quattro chili e lunga più di un avambraccio. Ecco, sono grosse come le pantegane che corrono all'ingresso della via, dove ci sono anche alcune facce poco raccomandabili. Finiamo la serata in spiaggia, dove conosciamo Fabrizio, che diventa subito il nostro idolo per le sue rivelazioni illuminanti che diventeranno hit della vacanza ("Ragassi (perchè ha l'accento emiliano), non fidatevi, sembrano brave ragasse ma son tute batone.. E MA NON CAPISCO!) Alla quinta volta che viene in Thailandia, sembra aver finalmente appurato che molte ragazze qui non sono disinteressate .

Pattaya

La giornata la passiamo vagando spensierati per la città, percorriamo il lungomare fino all'estremità nord. Il mare non è granchè, decidiamo quindi di fare qualche compera per passarci via. Prendo un paio di pantaloni perchè quelli che indosso ormai non li metterebbe neanche un minatore. Si vendono anche innumerevoli patacche, rolex finti non male, e gioielli di scarsa qualità. Particolarmente molesti sono i sarti indiani, che insistono per farci dei vestiti su misura. Con uno, purtroppo, vengo quasi alle mani perchè praticamente mi strattona per trascinarmi dentro il suo negozio. La serata si conclude con un ladyboy (o katoy.. un travone, per capirci) che nel bel mezzo della Walking, prima prova ad adescare Marco, e poi tira una cinghiata ad Andrea che gli dice di lasciar perdere. La situazione è talmente surreale che ci allontaniamo frettolosamente, la reazione immediata sarebbe quella di riempirlo di botte ma il suo aspetto femminile ci disorienta, e decidiamo di tornare in hotel.

Bangkok

Siamo tornati a Bkk per recuperare gli ultimi due compagni di viaggio che ancora mancano all'appello, Luca e Nando. La città ora mi appare insopportabile, l'inquinamento mischiato agli odori agrodolci del cibo, il clima soffocante che non dà tregua, assieme all'insistenza di alcuni venditori. Nando lo incontriamo in un hotel in una traversa di Sukhumvit. Dietro suo consiglio, decidiamo di andare al "the Club", uno dei pochi locali che tiene aperto fino all'alba. Molti farang, alcune ragazze thai apparentemente senza secondi fini, musica house pompata al limite della sopportazione, aria condizionata tipo cella frigorifera. Dopo un po', vuoi per il gelo vuoi per l'alcool, ho un principio di collasso e mi siedo al divanetto all'ingresso ad aspettare gli altri. Siamo brilli per non dire ubriachi. La serata si conclude con una marea di baht spesi e il guidatore pazzo di tuktuk, che ci delizia impennando il suo mezzo di un metro buono e rischiando il ribaltamento. Quando arriviamo integri alla guesthouse, gli battiamo le mani e gli lasciamo una buona mancia.

Oggi è stata la giornata dedicata alle compere, nel gigantesco mercato di Mo-Chi (spero di averlo trascritto giusto). Saranno diecimila bancarelle divise per settore, vestiti, artigianato ecc. Se avessi i soldi comprerei la metà della roba che vedo, begli oggetti anche da regalare. Per cui mi accontento di girare e guardare. Purtroppo non riesco a godermelo fino in fondo. Esattamente come Marco in Sudafrica, dopo circa 3 settimane di assunzione, il Lariam (profilassi antimalarica che sto facendo per Lao e Cambogia) dà luogo ai suoi terribili effetti collaterali. Premetto che sono abbastanza forte, ho affrontato Messico e Marocco e altri Paesi "a rischio" senza avere il minimo turbamento interno, diciamo. Invece, dopo un po' che ci inoltriamo fra le merci, inizio ad avvertire forti capogiri, nausea, pressione a terra. Dico agli altri di continuare pure il loro giro, mentre io mi fermo ad un baretto all'ombra. Pur non avendo mangiato praticamente nulla, vomito l'anima in un tombino, una ragazza pietosa del bar mi porta del ghiaccio che mi dà un po' di energia. Me lo passo sulla fronte fino a che non si scioglie, e vedendo che mi sta ripigliando ne chiedo ancora. Non appena sono in grado di mettermi in piedi, mi dirigo a malincuore verso l'uscita. Prendo un tuktuk il cui guidatore, dopo avermi chiesto varie volte se, per caso, voglio fare un vestito o un bum-bum, e di fronte alle mie risposte inferocite, mi porta finalmente in albergo, dove dormo qualche ora. Mi sveglio rintronato nel tardo pomeriggio, e decido di fare due passi in Khao San per vedere se gli altri si sono incontrati con Luca, con cui avevamo un appuntamento. Lo trovo che vaga solo e spaesato, zaino in spalla, e lo accompagno in camera. Gli altri arrivano ad ora di cena, freschi freschi, carichi di borse; erano a fare shopping, meno male che Luca l'ho beccato io per caso. In serata prenotiamo il pullman per Siem Reap (in Cambogia) a 2300 baht compreso il visto. Gli altri vanno poi al Lumphini Stadium per assistere ad un incontro di Muay Thay, mentre io rimango in camera a riprendermi, visto che domani la sveglia è alle 6.
Un ultimo appunto, anzi due, del tutto scollegati dal contesto ma che mi sento di fare ora.
1) Tutte le guide vi parleranno dell'affabilità e del sorriso dei thailandesi. Verissimo. Ma pochi menzioneranno l'altro, sinistro, lato della medaglia. E cioè che se vogliono vendervi qualcosa diventano dei veri rompicoglioni, secondi solo, forse, agli indonesiani.
2) In Thailandia due cose sono essenziali, da portare con sè. La prima sono dei sacchettini di plastica, da tenere sempre con sè per bloccare i bocchettoni dell'aria condizionata. Ho notato che in tutti i Paesi tropicali la usano con violenza, come uno status symbol, del tutto incuranti alle proteste. La seconda è la carta igienica, a meno che non siate in prestigiosi hotel internazionali, visto che l'idea di igiene intima, in tutta l'Indocina, si esprime al massimo con un secchio di acqua torbida vicino al cesso, il cui uso non oso immaginare.

Satun - Koh Samui

(Il viaggio riprende dalla frontiera con la Malesia, nel sud della Thailandia). Risveglio brusco e imbarco all'ultimo minuto sul traghetto che mi porta a Satun, in Thailandia. L'ufficiale di frontiera conta spaesato i visti, le pratiche sono abbastanza veloci. Fortunatamente, un francese silenzioso con trolley va a Koh Samui, per cui mi aggrego. Con 750 baht posso raggiungere l'isola, e poi decidere se avventurarmi a Koh Pangan o Koh Tao. Tragitto con minivan fino ad Hat Yai e Surat Thani. Il traghetto per l'arcipelago partirà stanotte, per cui mangio in un ristorantino al porto, brodo di riso e pollo. La barca ha un'aspetto un po' antiquato, ma ha un suo fascino, l'idea che si avventuri nella notte dell'oceano coi suoi legni cigolanti e i suoi bulloni arrugginiti. Al primo piano vi è la stiva e i motori, al secondo, su un pavimento di legno, una distesa di materassini dall'aria vissuta, su cui stendo il sacco lenzuolo. Famigliole thai, bonzi, qualche farang, una ventina. Scelgo una postazione d'angolo, con un oblò che si affaccia sulle tenebre e da cui fumo l'ultima sigaretta prima di sdraiarmi. Dormo bene, il mare è una distesa d'olio ed il rumore del motore si attenua durante il viaggio.

Koh Samui

Entriamo nel porto all'alba, il cielo appena rosa all'orizzonte, un gruppetto di tassisti mattutini cantilena le destinazioni. Come al solito i falang si consultano, si formano i gruppetti che si sparpaglieranno per l'isola. La mia meta è Chaweng Beach, e sembra che ci vada anche qualche faccia simpatica. Con me, sul songthaew, un gruppetto di canadesi, tre ragazze e quattro ragazzi, con cui simpatizzo. Arriviamo che chiareggia, i canadesi fanno colazione da un Burger King, mentre io, fuori, scambio qualche informazione con dei pisani recuperati in strada. Loro, prima di qua, son stati dieci giorni a Phiket e hanno preso praticamente solo pioggia, per cui probabilmente ho scelto la costa giusta. Qua mi consigliano un resort, il Chaweng Garden, dove trovo una doppia a 500 baht. Uno dei canadesi è spaiato, sembra una persona per bene e decidiamo di prenderla insieme, soprattutto perchè l'alternativa è andare a cercare un altro posto, visto che molti hotel sono pieni. Il bungalow, in un complesso fra le palme, è abbastanza pulito e ordinato, ad una ventina di metri dal mare.
Il gruppo di canadesi è attivissimo, decide di prendere un taxi collettivo per fare un giro dell'isola ed io mi faccio tirare in mezzo, anche se mi proietterei volentieri in spiaggia a farmi fare un massaggio mentre sorseggio un cuba. Andiamo a vedere l'ennesima cascata, da cui ci tuffiamo, ed un gruppo di scogli dalla curiosa forma di genitali. Dopo una foto collettiva sulla cappella di roccia, ci dedichiamo ad un pomeriggio nei negozietti di artigianato, dopo di che mi faccio il meritato riposino. Cena luculliana in riva al mare, crostacei e pesce, vino bianco non dei migliori, collane di fiori. Con le canadesi fumo il narghilè, distesi sulle stuoie, fra i cuscini, guardiamo i palloni di carta con la lampada dentro alzarsi nel cielo e farsi portare via dal vento. Conosciamo due ragazze californiane, con cui ci diamo appuntamento all' Happy Bar, salvo poi scoprire che ce ne sono almeno 4 di posti con quel nome, un paio dei quali di dubbia fama. Nottata etilica a vagare da un locale all'altro, la vita notturna si concentra in un paio di posti facilmente raggiungibili. Finiamo sulla spiaggia ad aspettare l'alba, le ragazze fanno il bagno, Monica mi invita nell'acqua ma io preferisco aspettare sulla sabbia tiepida. Fumiamo con un thai che si è unito al gruppo, ci spiega quali zone dell'isola secondo lui sono le migliori per comprare o per fare il bagno, eccetera. Non male, come primo giorno a Koh Samui. L'isola è bella, bikini farang sulla spiaggia, buona la possibilità di alloggiare e fare acquisti a prezzi onesti, gente tranquilla; alla sera la movida è frizzante, finalmente, dopo il ritiro spirituale nella musulmana Malesia.
Frase del giorno : "Where the fuck is the third Happy Bar?"

Koh Phangan - Full Moon

L'isola di Koh Samui si presta ad essere girata facilmente in scooter. Fra le attrazioni, un buddha dorato gigantesco (e un po' pacchiano, con lucine tipo luna park), il Butterfly Garden (un parco racchiuso da reti dentro cui volano migliaia di farfalle) e molte spiagge lontane dal turismo di massa, magari meno adatte al bagno ma senz'altro affascinanti.
Stanotte siamo stati a Koh Phangan. Siccome ieri pomeriggio tutti fervevano per via della luna piena e del Full-moon party, pur non essendo un grande amante del genere decido di unirmi a loro. Al porto, ci recupera una speed-boat, siamo un gruppetto nutrito, ovviamente tutti falang. La barca è una scheggia nella notte, limpida e luminosa per via della luna, solleviamo grosse creste di schiuma bianca dietro di noi. Una ragazza inglese scopre di soffrire il mare, per fortuna si allontana. Da lontano, avvistiamo le luci della festa. Sono curioso di verificare quante leggende su questa festa siano vere. La spiaggia, nel buio, luccica di centinaia di chioschetti, neon, ragazzine ubriache, impianti stereo, mangiafuoco. Ci sono zone in cui la musica è pompata, altre dove si può far riposare i timpani e osservare i giocolieri o la gente che balla seminuda ricoperta di vernice fosforescente. Coi canadesi faccio un patto di aiuto-controllo reciproco, ripromettendoci di non perderci di vista. Bisogna dire che non girano solo ettolitri di alcol, per cui cerchiamo di tenerci alla larga da situazioni spiacevoli. Un poliziotto ispeziona il mio zaino, e mi augura gentilmente di divertirmi. Tutta la notte abbiamo ballato, riso, soprattutto bevuto parecchi bucket di lamencoke; credo di aver cambiato tre volte le ciabatte nel corso della serata. Ci ritroviamo all'alba, a sonnecchiare sulla spiaggia, praticamente sotto un woofer. Io sono dipinto di roba fluorescente peggio di quelli che pigliavo per il culo quando sono arrivato. Centinaia di persone, barcollanti, aspettano con l'acqua fino alla vita l'arrivo delle spead-boats. Silhouettes nere contro il cielo rosa e arancio, come animali migratori verso la prossima festa. Devo ammettere che mi sono divertito, anche se questo genere di feste non rientra nella pura filosofia routard, ogni tanto è giusto prendersi una pausa e godersela un po'. Delle lampade-mongolfiere di carta annuiscono, mentre si sollevano lente dalla spiaggia su cui si trascinano gli ultimi e già si smontano i baracchini e i sound system.

Koh Samui

Giornata finale sull'isola. Stamattina i canadesi sono partiti, ho intravisto nel sonno Ryan che mi faceva un cenno di saluto. Avrei voluto salutarlo meglio, ma il dormiveglia mi ha sopraffatto. Quando sono uscito, noto che sulla porta c'è una busta con dei soldi. C'è una lettera di Rehzad, uno dei canadesi, che dice a Ryan che ha deciso di partire all'improvviso, e gli rende i soldi che il mio compagno di stanza gli aveva anticipato per una gita. Non posso fare altro che tenerli, sono circa 15 euro. In spiaggia, sotto una palma, mi faccio fare un massaggio mentre sorseggio un cuba, che mi scioglie un po' di stanchezza per questi ultimi 51 giorni in Indocina. Passo la serata facendo una passeggiata, fra bancarelle e locali, o a giocare a biliardo con le ragazze dei go-go bar, ovviamente fortissime. All'alba, inglesi ubriachi e ladyboys che vagano per la strada. Un pitbull con una collana di fiori. Sentimenti da fine della festa, devo dirigermi verso nord per raggiungere Bangkok, dove Luca e Marco mi racconteranno come è andata fra le montagne del nord.

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Diari di viaggio: "Lambratesi in Cambogia"

Siem Reap - Cambogia

Oggi lasciamo Bangkok alle nostre spalle in direzione Siem Reap, in Cambogia. A noi si è aggregato Danilo, un ragazzo romano che sta girando l'Indocina per disputare degli incontri di muay thai. Beh, di buon'ora, dopo un giro inutile per trovare l'autobus giusto, zaino in spalla tipo naja, partiamo con uno di quei pomposi automezzi dagli interni tra il barocco ed un incubo kitsch; con noi altri gruppetti di europei ecc. Fuori lo scenario thai scorre lento, velocità media 60 orari anche se la strada è tipo la pista di un aeroporto vuota. Chiaramente, il tipo che ci organizza il viaggio ci ha assicurato che alle 17:00 arriveremo a Siem Reap. Non ha specificato però il giorno, furbo orientale. A quell'ora stiamo più o meno lasciando il confine con la Cambogia dopo la trafila del visto. Poipet è una città malconcia, casinò e miseria appena oltre frontiera. Da lì in poi, ci buttiamo coi bagagli su un pulmino che, già al nostro arrivo, manca di una ruota e perde vistosamente olio. La strada, in sostanza, è una mulattiera a tre corsie, con scarso traffico. La cosa che la caratterizza principalmente sono le buche, tante, e le zanzare. C'è da dire che vediamo tantissimi scorci di vita locale, la Cambogia è ancora abbastanza immune all'occidentalizzazione forzata, ed ha una popolazione in cui gli anziani praticamente non esistono visto i terribili avvenimenti degli anni scorsi. Ci chiediamo, mentre passiamo vicino ad una risaia paludosa al crepuscolo, "Ma secondo voi, questa è una zona a rischio malaria?". Fra le risate generali ci facciamo una doccia di repellente per insetti. In realtà le zanzare non sono così tante, ma potrebbero essere quelle sbagliate, quindi meglio prendere precauzioni. C'è un gruppetto di francesi delle prime file con cui scambiamo qualche chiacchiera, ma più che altro siamo occupati a guardare fuori dal finestrino. Colline, il percorso attraversa grossi paesoni la cui vita è la strada stessa . In sostanza il viaggio diventa una divertente odissea, non oso immaginare se avesse piovuto, avremmo dovuto mettere i remi fuori dai finestrini. Pensandoci a posteriori, il mezzo più adatto è senz'altro una jeep. L'autista, poco più che un ragazzino, si ferma un paio di volte per collassare, si butta acqua in faccia, noi lo incoraggiamo, gli chiediamo se vuole che qualcuno gli dia il cambio, infine gli diamo un paio di redbull. Si fa presto buio. Salta l'impianto elettrico, che viene aggiustato a martellate. Ceniamo in una locanda, molto ospitale, il mangiare è gradevole ma il bagno necessita almeno di un esorcismo. I 160 chilometri più lunghi della mia vita, ma in fondo ci siamo divertiti un sacco. Arriviamo a Siem Reap che è circa mezzanotte. La città si presenta, almeno nel tragitto che facciamo noi, ordinata, alcuni grossi hotel dall'aspetto rassicurante, molti dei quali con annesso casinò. Si capisce che la città ha ottime potenzialità per attrarre visitatori, e le vuole sfruttare bene. Noi, ovviamente, andiamo all'hotel dello "zio" dell'autista, il Green Town, che non è male, camere doppie pulite a 5 dollari, un bel cortiletto con un bar. Domani entreremo ad Angkor.

Angkor

Dopo una notte sudaticcia, affrontiamo Angkor con i tuk-tuk dei ragazzi della guesthouse. Naturalmente non ricordo i nomi di tutti i templi che vediamo; è un posto che trasuda millenni da tutto, dalle pietre, dalle piante immense che avvolgono con i loro tentacoli verdi e marroni gli edifici maestosi. Camminiamo per ore in questo scenario onirico, anche se il sole è a picco ci arrampichiamo sulle ripide scalinate degli edifici, passiamo attraverso le imponenti radici degli alberi. Ad Angkor Wat, ovviamente, il tempio principale si vede solo scostando tonnellate di turisti. Molto meglio andare in orari meno gettonati dalle orde in ciabatte, tipo l'alba. Passiamo la giornata girando quanto riusciamo nel sito, sulla cui spettacolarità credo ci sia poco da aggiungere. Indimenticabile, senz'altro. La serata, la passiamo in diversi locali nel centro; Siem Reap si rivela essere una meta notturna non priva di sorprese e divertimenti.

Tonlè Sap

Ci svegliamo con calma, la giornata ieri è stata abbastanza faticosa, e decidiamo di dirigerci verso il lago, il Tonle Sap, il più grande del sudest asiatico. Nella stagione delle piogge aumenta immensamente di volume. Solita contrattazione con i ragazzi della guesthouse, molto disponibili. Passiamo attraverso la vecchia Siem Reap, dove abitano pescatori, poveri e miliziani, ovvero coloro che non si spartiscono la torta del turismo in città. Il viaggio in tuk-tuk è piacevole, ci fermiamo a vedere le case su palafitte. Il lago comincia quando ancora non lo vedi, la stessa piattezza del panorama e le case sui pali lo suggeriscono, pulsa a seconda delle stagioni. C'è un villaggio vagante, che mi affascina molto, a parte per la bellezza in sè, anche per il fatto che cambia nome a seconda di dove si trova. Segue i flussi del lago, ed è abitato da una minoranza vietnamita, che si riconosce dalle donne che si coprono il volto con una sciarpa di seta scura. Ci imbarchiamo su una specie di barca con un tossicchiante motore a vista. Uno dei ragazzi della guesthouse decide di venire con noi per farci da guida. Il bacino acquatico è pieno di coccodrilli, alcuni dei quali tenuti in gabbie, ci dicono per uso alimentare (li mangiano). Alcune barche lunghe e affusolate ci si affiancono, sono piccoli negozietti vaganti, e dei ragazzini giocano usando delle tinozze come barchette. Tutto è sull'acqua, i ristorantini, le abitazioni; c'è perfino un campo da pallacanestro galleggiante! Ci addentriamo nelle acque beige del lago, un immenso mare colorato come la terra chiara, piatto come fosse olio, cinto da canneti e arbusti.
Arriviamo in quello che sembra l'estuario di un fiume, lo risaliamo, è una scena che ricorda vagamente Apocalipse Now. Ad un'ansa del fiume, c'è un villaggio su palafitte altissime, la gente che lo abita è povera ma dignitosa, centinaia di bambini che vagano e accettano qualche merendina in dono, maiali, lucertole, le donne che lavorano ai telai, alcuni uomini si occupano di sistemare delle imbarcazioni. Passeggiamo per un'oretta, c'è persino un piccolo templio.
Poi, con una piroga a motore, andiamo a visitare una vicina foresta sommersa, surreale, le piante chiare emergono dall'acqua, dei ragni corrono sulla superficie e ci sono farfalle grosse come una mano. Ci accompagnano due signore con i loro figli e il ragazzo della guesthouse che è voluto venire con noi perchè qui non era mai stato. Il posto vale senz'altro la pena di essere visto, ci avventuriamo con calma nel silenzio, la maglietta in testa per i tratti assolati. . Durante la gita, una ragazzina cambogiana intraprendente che ha imparato un po' di inglese, ci spiega che lavoro fa suo padre, come vivono, come sono le piene del lago, dove ci sono i coccodrilli eccetera.
Danilo, non ricordo in che contesto, ha coniato una frase che diventerà un'altro ritornello del viaggio: "I'm a little bit afraid, to be fucked again!".

Phnom Penh

Passiamo un paio di giorni nella capitale, la città sembra essersi lasciata alle spalle gli orrori del passato. Locali carini sulle sponde del lago, traffico, grandi stradoni invasi da motorini carichi di qualsiasi cosa si riesca a mettere su un motorino. Il record che abbiamo visto è stato cinque persone, polli attaccati dietro e cane nel cestino. La città merita il soprannome di perla d'Asia, l'architettura khmer si intreccia con quella coloniale e quella moderna dando vità ad uno scenario davvero unico; inoltre la gente è sempre molto cordiale, a patto che non si parli dei problemi del passato, un argomento abbastanza tabù. Spesso si incontrano dei mutilati, che chiedono con discrezione una piccola elemosina. Ad un bambino dò qualche dollaro per mangiare, lo rivedo dopo che mi sorride e si tocca la pancia soddisfatto, mi vuole abbracciare per ringraziarmi. Se uno cercasse un Paese per aiutare la gente col volontariato o anche con un'offerta a qualche ente serio, la Cambogia ha senz'altro bisogno di più di una mano.
I mercati sono degni di una visita, soprattutto il russian market, in cui ci si perde fra aromi, vecchi cimeli, seta e teste di maiale; i venditori in coro: "Ken ai elp iù, Luk insaid". Di notte, la città è gradevole, soprattutto sulle coste del fiume, ci sono dei locali e dei ristoranti non male (uno che consiglio vivamente è il Boat Noodle Restaurant, ad un blocco da Sothearos Blvd).
Visitiamo il complesso del palazzo reale, il museo annesso, i cortili ed i templi all'interno del perimetro. E' una città nella città. La Pagoda d'Argento (così chiamata per il materiale di cui è fatto il pavimento, in realtà un po' ossidato e malridotto) è senz'altro affascinante, e protegge un buddha che secondo me vale da solo la visita della Cambogia, il più bello e inquietante che abbia mai visto. E' a grandezza naturale, interamente d'oro, giada e tempestato da migliaia di pietre preziose, gli occhi sono due diamanti grossi come nocciole.
La nostra sistemazione in città è il J-Hotel, pulito e conveniente, con un piccolo casinò annesso per chi voglia farsi spennare un po'. Per spostarci, viaggiamo spesso come passeggeri dei moto-taxi, un'esperienza tipo sport estremo. Una delle attrazioni dei dintorni sono i poligoni abusivi, dove si spara con kalashnikov, lanciarazzi ecc.. Surreale il menù in uno di questi posti, dove fra le bibite ci sono anche i prezzi di bombe a mano, M-16 e lanciagranate.

Phnom Penh

Oggi andiamo a vedere Choeung Ek, uno dei campi di sterminio dei Khmer rossi. La guida ci accompagna all'ossario, dove ci sono migliaia di teschi accatastati. Camminando sul sentiero, vediamo che affiorano dalla terra ossa e brandelli di vestiti, molte fosse non sono ancora state scoperte. Su alcuni alberi, delle macchie scure indicano dove veniva spaccata la testa dei bambini. Insomma, un luogo dal silenzio impressionante e dal passato che grava ancora, non trova pace. Più tardi, non contenti di atrocità, andiamo al museo del genocidio Tuol Sleng, un ex edificio scolastico in cui i seguaci di Pol Pot perpetravano le torture più agghiaccianti. Delle foto alle pareti ritraggono le vittime, migliaia, e alcune delle aule sono state lasciate come vennero trovate, con i letti di ferro a cui venivano legati i prigionieri, le macchie scure sul pavimento, muri che trasudano urla e orrore. All'uscita, alcuni mutilati ci chiedono senza insistere qualcosa per mangiare, e anche noi facciamo un breve pranzo nel grazioso ristorante fuori.
Il pomeriggio lo passiamo allo stadio a vedere un paio di incontri di boxe cambogiana, il biglietto costa mezzo dollaro e vale la pena. Metà dello spettacolo è fatto dal pubblico, che urla e si dimena per incitare il proprio campione su cui ha scommesso, l'orchestrina suona musichette ipnotiche al ritmo delle quali avviene il combattimento. Essendo gli unici occidentali e alti in media una spanna in più, la gente ci guarda con molta curiosità. Ci sediamo in una specie di tribuna d'onore, davanti ad un qualche politico locale, ed infatti dopo un po' ci chiedono gentilmente di spostarci. In serata, solita partitina a biliardo in qualche locale sul lungofiume; al ritorno, chiedo di poter guidare un tuk-tuk. Ma non sono proprio sobrio, e prendo in pieno un cordolo con la ruota sinistra, rischiando il ribaltamento del mezzo. L'autista mi guarda sconsolato e riprende il suo posto.
Questo paese trasuda acqua da tutte le parti, dagli onnipresenti corsi d'acqua, dalle pareti delle case, dai volti scuri della gente. I sorrisi delle donne cambogiane sono a mio parere i più belli dell'Indocina, larghi, un po' squadrati, e gli occhi hanno una luce diversa, ma forse è solo una mia impressione. E' un popolo coraggioso, che vuole dimenticare il suo passato e ricominciare dalle sue nuove generazioni. Bambini che giocano nudi nella spazzatura. Un battello, lo vedo ora dalla mia terrazza, naviga lentamente controcorrente. In strada passa di tutto, motorini carichi di pollame, trattori chopperati, risciò, bonzi in tre su una moto. Phnom Penh é una città che non si dimentica.

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